Western a dir poco anomalo diretto con la consueta maestria da Fritz Lang e che è stato certamente tra le fonti di ispirazione per il Mel Brooks (*) di
Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) e forse anche tra quelle di Steve Martin + John Landis (**) per I tre amigos! (1986).
Un vaccaro del Wyoming, Vern Haskell (Arthur Kennedy), sta per sposare la sua bella. Un delinquente, Kinch (Lloyd Gough ***) la stupra e uccide. Vern la prende male e dedica il resto della sua vita a rintracciare il malfattore per vendicarsi. Dopo varie tribolazioni scopre che tale Altar Keane (Marlene Dietrich) potrebbe in qualche modo metterlo sulla strada giusta. Costei è una prostituta nota in tutto il West che ha abbandonato il lavoro per sopraggiunti limiti di età ed è sparita nel nulla. Vern riesce comunque a rintracciare Frenchy Fairmont (Mel Ferrer), accreditato per essere il suo ultimo amante, a sua volta sparito nel nulla, con un espediente, invero piuttosto rischioso, riesce a diventarne amico e in questo modo raggiungere il ranch del titolo (°).
Qui si scopre che Altar gestisce il rach come porto franco per delinquenti, dietro compenso del dieci percento dei loro bottini. Vern nota che ella sa, sia pure a sua insaputa, chi sia il delinquente che ha ucciso la sua bella, e quindi decide di circuirla al solo scopo di farsi dire il nome. Per far ciò deve però sconfiggere la concorrenza di Frenchy, che è noto per essere il più veloce pistolero del west, e la diffidenza dei vari brutti ceffi che girano da quelle parti. Ci riuscirà, ma la fine sarà tragica per tutti.
Interessante notare come, contrariamente allo stereotipo del genere, i rappresentanti della legge siano incapaci, pigri, o corrotti. A volte anche tutte e tre le cose assieme. L'unico che si mostra sufficientemente astuto da capire che c'è qualcosa di strano nel ranch di Altar non viene creduto dal suo capo.
Molto in parte la Dietrich, con fascino e decadenza che si alternano, un grande amore indeciso, e un inesplicabile accento tedesco del quale nessuno chiede nulla. Buona prova di Ferrer, pistolero apparentemente tagliato col falcetto ma pieno di dubbi e capace di rischiare la vita per prendere un profumo per la sua bella. Scarso Kennedy, poco credibile in un ruolo che dovrebbe essere reso con una sottigliezza di cui qui non sembra capace. Da notare che il suo personaggio dovrebbe essere molto più giovane di Ferrer, essendo invece di tre anni più vecchio.
(*) Il personaggio interpretato da Madeline Kahn viene certamente da qui.
(**) Non è certo l'unico western in cui alcuni esterni sono stati girati in teatro per risparmiare, ma in genere si tratta di prodotti di livello considerabilmente inferiore.
(***) Non appare nei credits ufficiali del film in quanto nel frattempo era stato inserito nella blacklist di attori sgraditi al governo. Due film usciti recentemente che narrano di quell'oscura epoca sono Trumbo e Ave, Cesare!.
(°) Che però nel film non si chiama Notorious bensì Chuck-a-Luck. Il titolo è infatti stato cambiato all'ultimo momento dalla distribuzione - si dice per diretto interessamento di Howard Hughes.
Poirot 4.3: Poirot non sbaglia
Cattiva idea, a mio modesto avviso, schierare questo adattamento del romanzo di Agatha Christie (*) subito dopo Delitto in cielo, con il quale condivide lo svolgimento a sorpresa, in cui solo nel lunghissimo spiegone finale ci viene presentato un particolare che rende comprensibile l'azione dell'omicida, e la presenza di un personaggio fondamentale che appare per gran parte del tempo sotto mentite spoglie.
La trama è qui molto più complicata, c'è un continuo entrare e uscire di scena di personaggi che agiscono senza che si abbia modo di approfondire il senso della loro presenza. La produzione si deve essere resa conto che se avessero mantenuto l'impostazione originaria, ci sarebbe stata una rivolta tra gli spettatori, e così ha lasciato che la sceneggiatura (Clive Exton) rivoluzionasse la struttura del racconto, aggiungendo un introduzione spuria che fa da gigantesco spoiler rendendo chiaro quello che altrimenti sarebbe impossibile da capire. Ci sono anche alcuni ritocchi, come la scomparsa di un personaggio secondario, il che semplifica la vicenda con gli effetti collaterali di alleggerire il tema politico, togliere spessore al personaggio interpretato da Sara Stewart e rendere meno antipatico quello di Christopher Eccleston.
Tutto sembra ruotare attorno al dentista di Poirot (David Suchet) che inopinatamente si suicida poco dopo aver lavorato sul suo spaventato cliente. O meglio, a Japp (Philip Jackson) sembra che sia un chiaro caso di suicidio, Poirot è meno convinto. Anche Japp inizia a dubitarne quando scopre che l'ultimo cliente (Kevork Malikyan) ad aver visto vivo il dentista muore anch'esso, e poi un'altra cliente scompare misteriosamente senza lasciar tracce.
Un importante banchiere, che ha pure un rilevante peso politico, potrebbe essere il vero bersaglio di questa moria, e questo mette in una luce sinistra un tipaccio (Eccleston) che fa il filo all'impiegata del dentista e che trova incongruamente lavoro come giardiniere del banchiere. Altre cose strane succedono a rendere apparentemente insensato tutto quanto, senonché alla fine si scopre che ...
(*) One, two, buckle my shoe, 1940. Il titolo riprende una filastrocca usata dai bambini per giocare a campana, o meglio ad una sua versione inglese. Simpatica l'idea di reiterarla nella colonna sonora, arrangiandola in svariati modi, alcuni dei quali degni di un film horror.
La trama è qui molto più complicata, c'è un continuo entrare e uscire di scena di personaggi che agiscono senza che si abbia modo di approfondire il senso della loro presenza. La produzione si deve essere resa conto che se avessero mantenuto l'impostazione originaria, ci sarebbe stata una rivolta tra gli spettatori, e così ha lasciato che la sceneggiatura (Clive Exton) rivoluzionasse la struttura del racconto, aggiungendo un introduzione spuria che fa da gigantesco spoiler rendendo chiaro quello che altrimenti sarebbe impossibile da capire. Ci sono anche alcuni ritocchi, come la scomparsa di un personaggio secondario, il che semplifica la vicenda con gli effetti collaterali di alleggerire il tema politico, togliere spessore al personaggio interpretato da Sara Stewart e rendere meno antipatico quello di Christopher Eccleston.
Tutto sembra ruotare attorno al dentista di Poirot (David Suchet) che inopinatamente si suicida poco dopo aver lavorato sul suo spaventato cliente. O meglio, a Japp (Philip Jackson) sembra che sia un chiaro caso di suicidio, Poirot è meno convinto. Anche Japp inizia a dubitarne quando scopre che l'ultimo cliente (Kevork Malikyan) ad aver visto vivo il dentista muore anch'esso, e poi un'altra cliente scompare misteriosamente senza lasciar tracce.
Un importante banchiere, che ha pure un rilevante peso politico, potrebbe essere il vero bersaglio di questa moria, e questo mette in una luce sinistra un tipaccio (Eccleston) che fa il filo all'impiegata del dentista e che trova incongruamente lavoro come giardiniere del banchiere. Altre cose strane succedono a rendere apparentemente insensato tutto quanto, senonché alla fine si scopre che ...
(*) One, two, buckle my shoe, 1940. Il titolo riprende una filastrocca usata dai bambini per giocare a campana, o meglio ad una sua versione inglese. Simpatica l'idea di reiterarla nella colonna sonora, arrangiandola in svariati modi, alcuni dei quali degni di un film horror.
Poirot 4.2: Delitto in cielo
A mio gusto, meno riuscito del primo episodio di quest'annata (*), La serie infernale, e non tanto per colpa della sceneggiatura (**) quanto per la struttura del racconto originale di Agatha Christie (***) che segue il paradigma secondo il quale l'investigatore, che qui è ovviamente Hercule Poirot (David Suchet), scopre a nostra insaputa degli elementi fondamentali che ci verranno rivelati solo nello spiegone finale.
L'essenza della storia è semplice. In un volo tra Parigi e Londra, Madame Giselle (Eve Pearce), che campa facendo prestiti con tassi usurai, viene uccisa con del veleno. Poirot era seduto poco lontano ma, sfortunatamente, si era appisolato e corre pure il rischio di essere incriminato quando viene ritrovata una cerbottana sudamericana in un vano portaoggetti del suo sedile. In molti avrebbero motivi per volere una prematura dipartita della madama, tra cui il vero colpevole, del quale però scopriremo le ragioni solo nel finale.
Tra i punti di interesse c'è l'ambientazione parigina. Non si entra nei dettagli, sembra che Poirot si sia preso una vacanza, forse stufo di sentir parlare inglese. La produzione ne approfitta per far incontrare l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) con un suo omologo francese della Sûreté, con qualche momento di comicità non disprezzabile.
(*) Composta da sole tre puntate, anche se tutte e tre sono doppie, per una durata di poco superiore ai cento minuti ognuna.
(**) William Humble è qui meno brillante di Clive Exton là, ma tutto sommato non fa un cattivo lavoro.
(***) Death in the clouds, 1935.
L'essenza della storia è semplice. In un volo tra Parigi e Londra, Madame Giselle (Eve Pearce), che campa facendo prestiti con tassi usurai, viene uccisa con del veleno. Poirot era seduto poco lontano ma, sfortunatamente, si era appisolato e corre pure il rischio di essere incriminato quando viene ritrovata una cerbottana sudamericana in un vano portaoggetti del suo sedile. In molti avrebbero motivi per volere una prematura dipartita della madama, tra cui il vero colpevole, del quale però scopriremo le ragioni solo nel finale.
Tra i punti di interesse c'è l'ambientazione parigina. Non si entra nei dettagli, sembra che Poirot si sia preso una vacanza, forse stufo di sentir parlare inglese. La produzione ne approfitta per far incontrare l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) con un suo omologo francese della Sûreté, con qualche momento di comicità non disprezzabile.
(*) Composta da sole tre puntate, anche se tutte e tre sono doppie, per una durata di poco superiore ai cento minuti ognuna.
(**) William Humble è qui meno brillante di Clive Exton là, ma tutto sommato non fa un cattivo lavoro.
(***) Death in the clouds, 1935.
Poirot 4.1: La serie infernale
A mia parziale discolpa potrei dare la colpa alla mia recente fruizione della prima stagione di Elementary, dove fin troppo spesso (*) si ricorre alla scorciatoia di definire il "cattivo" come malato di mente, il che permette di fargli fare cose assurde con il solo scopo apparente di mettere alla prova l'astuto investigatore di turno. Ma la verità è che questa volta Agatha Christie mi ha beccato, e per lungo tempo sono rimasto convinto che anche qui si usava il consunto stratagemma sopra indicato, nonostante un buon numero di indizi che mi avrebbero dovuto far alzare le orecchie.
Il capitano Hastings (Hugh Fraser) torna da un suo viaggio in Sudamerica e trova Hercule Poirot (David Suchet) che scalpita per lavorare ad un nuovo caso, il quale viene annunciato da una misteriosa lettere anonima che sfida il nostro a prevenire un reato. Impossibile anche per Poirot capire di che si tratta, e così una dolce vecchina ci lascia le penne. Passa qualche giorno e lo sfidante agisce di nuovo, eliminando una giovine donna di belle speranze. Prima che ci si possa raccapezzare, terza vittima, un facoltoso nobiluomo di campagna.
Hastings, Poirot, l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) brancolano nel buio, ma noi sappiamo che un omarino, tal Alexander Bonaparte Cust (Donald Sumpter) si comporta in modo molto strano e ha tutte le caratteristiche per risultare un buon colpevole. Al punto che al quarto omicidio lo stesso Cust decide di costituirsi per interrompere la serie mortale.
Ci sono però molte incongruenze, che non sono attribuibili però alla scrittura bensì a debolezze del diabolico piano del vero colpevole. Che, a dire il vero, mi è sembrato troppo diabolico per essere plausibile. Da notare che la soluzione del caso è tutta basata su indizi e, con tutta probabilità, il colpevole, se si mette nelle mani di un buon avvocato, finirà per evitare il capestro.
Ottima come al solito la produzione, le scenografie e la recitazione un po' di tutti quanti, nota di merito per la guest star Sumpter. Simpatico l'adattamento di Clive Exton che aggiunge alla trama gialla (**), come spesso accade, numerose sottotrame di una felpata comicità britannica che aggiungono valore e godibilità alla visione.
Il brutto titolo italiano mantiene il riferimento a quello usato per la versione cartacea risalente al tempo che fu, in originale era The A.B.C. murders.
(*) Vedasi ad esempio il terzo episodio, L'uomo dei palloncini.
(**) Che del resto è rispettata quasi completamente, come mi sono accertato in seguito.
Il capitano Hastings (Hugh Fraser) torna da un suo viaggio in Sudamerica e trova Hercule Poirot (David Suchet) che scalpita per lavorare ad un nuovo caso, il quale viene annunciato da una misteriosa lettere anonima che sfida il nostro a prevenire un reato. Impossibile anche per Poirot capire di che si tratta, e così una dolce vecchina ci lascia le penne. Passa qualche giorno e lo sfidante agisce di nuovo, eliminando una giovine donna di belle speranze. Prima che ci si possa raccapezzare, terza vittima, un facoltoso nobiluomo di campagna.
Hastings, Poirot, l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) brancolano nel buio, ma noi sappiamo che un omarino, tal Alexander Bonaparte Cust (Donald Sumpter) si comporta in modo molto strano e ha tutte le caratteristiche per risultare un buon colpevole. Al punto che al quarto omicidio lo stesso Cust decide di costituirsi per interrompere la serie mortale.
Ci sono però molte incongruenze, che non sono attribuibili però alla scrittura bensì a debolezze del diabolico piano del vero colpevole. Che, a dire il vero, mi è sembrato troppo diabolico per essere plausibile. Da notare che la soluzione del caso è tutta basata su indizi e, con tutta probabilità, il colpevole, se si mette nelle mani di un buon avvocato, finirà per evitare il capestro.
Ottima come al solito la produzione, le scenografie e la recitazione un po' di tutti quanti, nota di merito per la guest star Sumpter. Simpatico l'adattamento di Clive Exton che aggiunge alla trama gialla (**), come spesso accade, numerose sottotrame di una felpata comicità britannica che aggiungono valore e godibilità alla visione.
Il brutto titolo italiano mantiene il riferimento a quello usato per la versione cartacea risalente al tempo che fu, in originale era The A.B.C. murders.
(*) Vedasi ad esempio il terzo episodio, L'uomo dei palloncini.
(**) Che del resto è rispettata quasi completamente, come mi sono accertato in seguito.
L'astronave atomica del dottor Quatermass
Nell'estate del '53 una miniserie incollò la Gran Bretagna al piccolo schermo, sei episodi da mezz'ora che narravano il primo volo fuori dall'atmosfera terrestre di uno smilzo equipaggio, con relativo catastrofico incontro con una forma di vita extraterrestre poco identificata. Si trattava di The Quatermass experiment, che ebbe così tanto successo da generare altre due miniserie, romanzi, film per il cinema e, soprattutto, da influenzare buona parte della fantascienza televisiva e cinematografica successiva. In particolare spesso la commistione con il genere horror ha un riferimento, più o meno esplicito, con le avventure del professor (*) Quatermass.
Due anni più tardi, la Hammer produsse e distribuì nelle sale cinematografiche questo film che, in pratica, riassumeva le vicende narrate nella miniserie, introducendo alcune varianti con lo scopo di semplificare la narrazione, per renderla più truculenta (**), e per adattarla al cast, a sua volta scelto per dare un certo appeal alla produzione anche oltreoceano. Il successo fu tale da spingere la Hammer a puntare sempre più decisamente sull'horror, diventando famosa per film di vampiri, mummie omicide, mostri in qualche modo legati a Frankenstein, e facezie del genere.
Il primo volo di un'astronave inglese, e presumibilmente terreste, con equipaggio a bordo finisce con una catastrofe. Il mezzo si infilza nella campagna inglese, quasi uccidendo una coppietta forse semiclandestina e il padre di lei (***). Arriva sulla zona il professor/dottor Quatermass (Brian Donlevy) che, mostrando immediatamente una gran spocchia (°), agisce prendendo decisioni senza badare alle gerarchie e a tratti anche al buon senso.
Solo uno dei tre astronauti, Victor Carroon (Richard Wordsworth) è sopravvissuto ma, noi lo capiamo subito grazie all'esperienza di tutti i film arriveranno dopo, è posseduto da un alieno maligno, che per nostra fortuna non è molto astuto, e quindi ci metterà troppo tempo per concepire un piano per la conquista del mondo, e di conseguenza Quatermass riuscirà ad aver la meglio su di lui.
(*) Per noi, chissà perché, dottore anzichè professore.
(**) Da cui il titolo originale inglese, The Quatermass Xperiment, con la X che indicava la categoria in cui cadeva la pellicola secondo la censura della regina.
(***) Ma niente paura, i tre se la cavano con un semplice spavento.
(°) Pare che il carattere del personaggio, completamente diverso da quello della miniserie, sia stato imposto dall'attore, il quale era stato scelto per la sua rinomanza americana. Sembra pure che il regista/co-sceneggiatore Val Guest ne approvasse la ruvidità, giudicandola più realistica dell'umanità propria del Quatermass originale.
Due anni più tardi, la Hammer produsse e distribuì nelle sale cinematografiche questo film che, in pratica, riassumeva le vicende narrate nella miniserie, introducendo alcune varianti con lo scopo di semplificare la narrazione, per renderla più truculenta (**), e per adattarla al cast, a sua volta scelto per dare un certo appeal alla produzione anche oltreoceano. Il successo fu tale da spingere la Hammer a puntare sempre più decisamente sull'horror, diventando famosa per film di vampiri, mummie omicide, mostri in qualche modo legati a Frankenstein, e facezie del genere.
Il primo volo di un'astronave inglese, e presumibilmente terreste, con equipaggio a bordo finisce con una catastrofe. Il mezzo si infilza nella campagna inglese, quasi uccidendo una coppietta forse semiclandestina e il padre di lei (***). Arriva sulla zona il professor/dottor Quatermass (Brian Donlevy) che, mostrando immediatamente una gran spocchia (°), agisce prendendo decisioni senza badare alle gerarchie e a tratti anche al buon senso.
Solo uno dei tre astronauti, Victor Carroon (Richard Wordsworth) è sopravvissuto ma, noi lo capiamo subito grazie all'esperienza di tutti i film arriveranno dopo, è posseduto da un alieno maligno, che per nostra fortuna non è molto astuto, e quindi ci metterà troppo tempo per concepire un piano per la conquista del mondo, e di conseguenza Quatermass riuscirà ad aver la meglio su di lui.
(*) Per noi, chissà perché, dottore anzichè professore.
(**) Da cui il titolo originale inglese, The Quatermass Xperiment, con la X che indicava la categoria in cui cadeva la pellicola secondo la censura della regina.
(***) Ma niente paura, i tre se la cavano con un semplice spavento.
(°) Pare che il carattere del personaggio, completamente diverso da quello della miniserie, sia stato imposto dall'attore, il quale era stato scelto per la sua rinomanza americana. Sembra pure che il regista/co-sceneggiatore Val Guest ne approvasse la ruvidità, giudicandola più realistica dell'umanità propria del Quatermass originale.
Warcraft - L'inizio
Film pensato per chi conosca e apprezzi l'omonimo universo parallelo, nato nel 1994 con un videogioco (*) e poi espansosi fino a colonizzare buona parte dei media ludico ricreativi. Chi non abbia frequentato quei luoghi (**) dovrebbe riuscire a cavarsela facendo riferimento alle sue conoscenze di giochi ruolo fantasy o alla letteratura dello stesso filone, in particolare Il signore degli anelli di JRR Tolkien. Se sto parlando una lingua sconosciuta, consiglio di lasciar perdere. Si passerebbero due ore di perplessità.
Un mondo fantastico-medioevale viene invaso da bellicosi orchi provenienti da una landa che sta divenendo sempre più desolata, via opportuno portale modello Stargate (1994). Un pianeta è troppo piccolo per queste due civiltà contrapposte, e si scatena dunque una terribile guerra a base di incantesimi, malefici, spadoni, martelli e qualche pistolone archibugesco.
Come da titolo, l'idea dei produttori era quella di dare il via ad un franchise di durata indeterminata. Il risultato al botteghino sembra averli lasciati perplessi, e al momento non v'è certezza nemmeno del secondo episodio. Non mi è chiaro cosa mai si aspettassero, considerando che questo titolo è diventato il maggior successo al box office nel settore dei film derivati da video games. Credo che abbia pesato lo scarso risultato americano, e si sa che i produttori d'oltreoceano sono miopi, guardano più gli incassi di casa che quelli planetari.
Io, che non sono un fan del genere, sono stato attirato dallo scoprire che si tratta di un film di Duncan Jones, il terzo, dopo lo spettacolare debutto di Moon (2009), e Source code (2011). La curiosità che avevo era se e come fosse riuscito a mantenere l'impostazione stilistica che aveva creato con i suoi precedenti lavori. Compito non facile in produzioni ad alto budget e che di solito non lasciano grandi libertà creative. Per fortuna Jones è riuscito a conciliare l'esigenza di mantenere lo spirito dell'opera originaria con quella di dare uno spessore accettabile al racconto filmico. Anche se, ovviamente, lo spettatore tende a identificarsi con gli umani, gli orchi non sono banali cattivi che voglio solo uccidere. La complessità della loro società è presentata in modo da farci vedere quali siano le loro ragioni.
(*) A voler entrare nei dettagli, si trattava di un RTS (Real Time Strategy), vedasi Dune 2 (1992), ispirato sommariamente all'opera di Frank Herbert.
(**) Come il sottoscritto. La mia conoscenza del genere mi ha permesso di non cader dal pero ad ogni scena, senza però afferrare molti dettagli che per me sono misteriosi.
Un mondo fantastico-medioevale viene invaso da bellicosi orchi provenienti da una landa che sta divenendo sempre più desolata, via opportuno portale modello Stargate (1994). Un pianeta è troppo piccolo per queste due civiltà contrapposte, e si scatena dunque una terribile guerra a base di incantesimi, malefici, spadoni, martelli e qualche pistolone archibugesco.
Come da titolo, l'idea dei produttori era quella di dare il via ad un franchise di durata indeterminata. Il risultato al botteghino sembra averli lasciati perplessi, e al momento non v'è certezza nemmeno del secondo episodio. Non mi è chiaro cosa mai si aspettassero, considerando che questo titolo è diventato il maggior successo al box office nel settore dei film derivati da video games. Credo che abbia pesato lo scarso risultato americano, e si sa che i produttori d'oltreoceano sono miopi, guardano più gli incassi di casa che quelli planetari.
Io, che non sono un fan del genere, sono stato attirato dallo scoprire che si tratta di un film di Duncan Jones, il terzo, dopo lo spettacolare debutto di Moon (2009), e Source code (2011). La curiosità che avevo era se e come fosse riuscito a mantenere l'impostazione stilistica che aveva creato con i suoi precedenti lavori. Compito non facile in produzioni ad alto budget e che di solito non lasciano grandi libertà creative. Per fortuna Jones è riuscito a conciliare l'esigenza di mantenere lo spirito dell'opera originaria con quella di dare uno spessore accettabile al racconto filmico. Anche se, ovviamente, lo spettatore tende a identificarsi con gli umani, gli orchi non sono banali cattivi che voglio solo uccidere. La complessità della loro società è presentata in modo da farci vedere quali siano le loro ragioni.
(*) A voler entrare nei dettagli, si trattava di un RTS (Real Time Strategy), vedasi Dune 2 (1992), ispirato sommariamente all'opera di Frank Herbert.
(**) Come il sottoscritto. La mia conoscenza del genere mi ha permesso di non cader dal pero ad ogni scena, senza però afferrare molti dettagli che per me sono misteriosi.
300
Alla base di tutto c'è un fatto reale, la sanguinosa battaglia delle Termopili avvenuta circa due millenni e mezzo fa nel corso della seconda guerra persiana. Quel che sappiamo di quei lontani avvenimenti deriva principalmente da quello che, pochi anni dopo, ne ha scritto Erodoto nelle sue Storie. Si tenga presente che Erodoto era greco e, per quanto storico nell'animo, non lo si può biasimare se non è stato del tutto imparziale nel suo racconto.
Molti anni dopo, la Twentieth Century Fox decide di fare un film sulla vicenda, L'eroe di Sparta (*), girato in Grecia su sceneggiatura dell'improbabile George St. George basata su un lavoro di ricerca storica tutto made in Italy (**). Occhio e croce mi sembra che lo scopo fosse quello di far girare soldi producendo un film vagamente propagandistico. Il risultato non è malaccio, almeno per i cultori del genere, e ha ottenuto un curioso effetto collaterale. Lo vide infatti Frank Miller e ne restò molto impressionato. Al punto che, molti anni dopo, quando ormai era un fumettaro tra i più affermati, andò a riprendersi la storia e ne tirò fuori una serie di cinque albi (1998), che poi vennero fascicolati in un opera completa nel 2000.
Passaggio finale, Zack Snyder legge il fumetto, se ne innamora e fa di tutto per convincere la Warner a scucire il pacco di milioni necessari per farlo diventare un film. Per sua fortuna, era appena stato convertito in film il fumetto (***) Sin city (2005), sempre di Frank Miller, ottenendo una risposta di pubblico positiva quel tanto che bastava per stanziare un bel budget.
Di quanto scrisse Erodoto resta poco, in compenso la traduzione da fumetto a pellicola è fatta con un certo garbo e penso che gli estimatori di Miller potrebbero gradire questa versione. Io, invece, l'ho trovata piuttosto noiosa, rischiarata a tratti da un umorismo che mi è sembrato involontario. In positivo, mi sono trovato a considerare un parallelo con i film di Michael Bay (°). Se Bay deve essere stato uno di quei terribili bimbetti che amano far esplodere tutti i loro giocattoli con petardi (°°), Snyder deve essere stato uno di quelli che passavano il tempo a far combattere i suoi bambolotti (°°°). Mi immagino che scontri deve aver sceneggiato tra Hulk e Big Jim.
La storia è che un gayssimo re Leonida (Gerard Butler) mette assieme 300 guerrieri spartani molto muscolosi e tutti quanti marciano in mutande fino alle Termopili. Lì incontra l'altrettanto gay Serse (Rodrigo Santoro), un androgino gigantesco follemente innamorato del piercing e di se stesso, che per motivi poco chiari vuole invadere la Grecia. Leonida teme che Serse voglia la fine del culturismo greco, e allora si arrabbia. Meglio morti, ma con tutti i muscoletti scolpiti e oliati.
Serse, furibondo, gli manda contro tutto quello che ha a portata di mano. Elefanti, rinoceronti, bersaglieri effeminati, e anche la sua guardia del corpo: dei ninja immortali. Nulla sembra riuscire a scalfire lo scudo umano spartano. Se non che ...
Nonostante il gran spreco di rallenty, questo non sarebbe bastato a coprire la lunghezza standard della pellicola, e allora Snyder ha buttato dentro una trama parallela, con la signora Leonida, la regina Gorgo (Lena Headey), che cerca di convincere i politici spartani ad inviare rinforzi al suo amato sposo e re. C'è però un bieco e corrotto politico (Dominic West) che si intromette.
Per l'angolo delle curiosità, questo è il primo film per il grande schermo di Michael Fassbender, è Stelios, il luogotenente di Leonida che ha una storia alla Eurialo e Niso con il figlio del vice.
(*) The 300 spartans (1962).
(**) Remigio Del Grosso, Giovanni d'Eramo, ma anche Ugo Liberatore e Gian Paolo Callegari.
(***) O graphic novel, come mi sembra sia più politically correct dire di questi tempi.
(°) Se proprio ci si vuole fare del male, si può vedere, come esempio della sua poetica, Transformers 4 - L'era dell'estinzione.
(°°) Chissà se il cattivello di Toy story è ispirato a lui.
(°°°) Action figure?
Molti anni dopo, la Twentieth Century Fox decide di fare un film sulla vicenda, L'eroe di Sparta (*), girato in Grecia su sceneggiatura dell'improbabile George St. George basata su un lavoro di ricerca storica tutto made in Italy (**). Occhio e croce mi sembra che lo scopo fosse quello di far girare soldi producendo un film vagamente propagandistico. Il risultato non è malaccio, almeno per i cultori del genere, e ha ottenuto un curioso effetto collaterale. Lo vide infatti Frank Miller e ne restò molto impressionato. Al punto che, molti anni dopo, quando ormai era un fumettaro tra i più affermati, andò a riprendersi la storia e ne tirò fuori una serie di cinque albi (1998), che poi vennero fascicolati in un opera completa nel 2000.
Passaggio finale, Zack Snyder legge il fumetto, se ne innamora e fa di tutto per convincere la Warner a scucire il pacco di milioni necessari per farlo diventare un film. Per sua fortuna, era appena stato convertito in film il fumetto (***) Sin city (2005), sempre di Frank Miller, ottenendo una risposta di pubblico positiva quel tanto che bastava per stanziare un bel budget.
Di quanto scrisse Erodoto resta poco, in compenso la traduzione da fumetto a pellicola è fatta con un certo garbo e penso che gli estimatori di Miller potrebbero gradire questa versione. Io, invece, l'ho trovata piuttosto noiosa, rischiarata a tratti da un umorismo che mi è sembrato involontario. In positivo, mi sono trovato a considerare un parallelo con i film di Michael Bay (°). Se Bay deve essere stato uno di quei terribili bimbetti che amano far esplodere tutti i loro giocattoli con petardi (°°), Snyder deve essere stato uno di quelli che passavano il tempo a far combattere i suoi bambolotti (°°°). Mi immagino che scontri deve aver sceneggiato tra Hulk e Big Jim.
La storia è che un gayssimo re Leonida (Gerard Butler) mette assieme 300 guerrieri spartani molto muscolosi e tutti quanti marciano in mutande fino alle Termopili. Lì incontra l'altrettanto gay Serse (Rodrigo Santoro), un androgino gigantesco follemente innamorato del piercing e di se stesso, che per motivi poco chiari vuole invadere la Grecia. Leonida teme che Serse voglia la fine del culturismo greco, e allora si arrabbia. Meglio morti, ma con tutti i muscoletti scolpiti e oliati.
Serse, furibondo, gli manda contro tutto quello che ha a portata di mano. Elefanti, rinoceronti, bersaglieri effeminati, e anche la sua guardia del corpo: dei ninja immortali. Nulla sembra riuscire a scalfire lo scudo umano spartano. Se non che ...
Nonostante il gran spreco di rallenty, questo non sarebbe bastato a coprire la lunghezza standard della pellicola, e allora Snyder ha buttato dentro una trama parallela, con la signora Leonida, la regina Gorgo (Lena Headey), che cerca di convincere i politici spartani ad inviare rinforzi al suo amato sposo e re. C'è però un bieco e corrotto politico (Dominic West) che si intromette.
Per l'angolo delle curiosità, questo è il primo film per il grande schermo di Michael Fassbender, è Stelios, il luogotenente di Leonida che ha una storia alla Eurialo e Niso con il figlio del vice.
(*) The 300 spartans (1962).
(**) Remigio Del Grosso, Giovanni d'Eramo, ma anche Ugo Liberatore e Gian Paolo Callegari.
(***) O graphic novel, come mi sembra sia più politically correct dire di questi tempi.
(°) Se proprio ci si vuole fare del male, si può vedere, come esempio della sua poetica, Transformers 4 - L'era dell'estinzione.
(°°) Chissà se il cattivello di Toy story è ispirato a lui.
(°°°) Action figure?
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