Adattamento dell'omonimo romanzo di John Steinbeck, che in originale fa The grapes of wrath, suonando qualcosa come I frutti dell'ira. A dire il vero né nel libro né nel film si vedono questi frutti, ma piuttosto le condizioni che potrebbero spiegare prese di posizione piuttosto irate.
Si narrano le vicende di una famiglia del midwest americano, Oklahoma per la precisione, ai tempi della grande depressione. Impressionante notare come le cose non siano cambiate poi di molto, nella sostanza.
Figura principale nel film è quella di Tom (Henry Fonda), tipo piuttosto iracondo che però vuol bene alla mamma (Jane Darwell). Per sua fortuna incontra un prete spretato (John Carradine) a cui sembra gli sia andato un po' di volta il cervello, pur restando un brav'uomo, forse anche meglio di come era prima. Dice infatti di essersi spretato per aver scoperto di non saper più cosa sia giusto e cosa no, ma di volere con umiltà cercare di capirlo. La crisi fa sì che moltissimi piccoli proprietari vengano scacciati dalle proprie terre e costretti a cercare fortuna in California, pubblicizzata come fosse il paradiso in terra. Emozionante la scena in cui Mà distrugge i suoi ricordi di una vita prima di abbandonare per sempre la sua terra. Segue viaggio travagliato, scoperta che in California si stava persino peggio che in Oklahoma, tentativo di ottenere un barlume di speranza nella vita. Il finale è leggermente più ottimista dell'originale di Steinbeck.
Regia asciutta di John Ford che ben si adatta al tema trattato.
The chronicles of Riddick
Il pregio fondamentale del secondo episodio delle avventure di Riddick è quello di avermi fatto rivalutare il precedente Pitch black. Pensavo che lì i problemi venissero dal lato scrittura e pensavo che la regia avesse raddrizzato la situazione, ma vedo che qui alla parte creativa c'è il solo David Twohy e il risultato è nettamente inferiore.
I molti soldi a disposizione della produzione devono aver convinto Twohy a lasciare il filone tra l'horror e il fantascientifico straccione post-atomico per dedicarsi alla fantascienza classica "imperiale", alla Star wars o Dune. D'altro canto le atmosfere usate sono quelle da supereroi cupi alla Batman, complicate da una scenografia tra il futurismo e il gotico, inscatolando tra l'altro i figuranti in armature di gusto rinascimentale del tutto insensate.
Resta Vin Diesel nei panni di Riddick, che subisce alcuni cambiamenti, il principale dei quali è che adesso vede bene anche alla luce normale, e gli occhialetti che gli erano necessari qui diventano un mero accessorio alla moda.
Cast variegato che include Thandie Newton nel ruolo di una dark lady molto cospirativa e Judi Dench molto aerea.
I molti soldi a disposizione della produzione devono aver convinto Twohy a lasciare il filone tra l'horror e il fantascientifico straccione post-atomico per dedicarsi alla fantascienza classica "imperiale", alla Star wars o Dune. D'altro canto le atmosfere usate sono quelle da supereroi cupi alla Batman, complicate da una scenografia tra il futurismo e il gotico, inscatolando tra l'altro i figuranti in armature di gusto rinascimentale del tutto insensate.
Resta Vin Diesel nei panni di Riddick, che subisce alcuni cambiamenti, il principale dei quali è che adesso vede bene anche alla luce normale, e gli occhialetti che gli erano necessari qui diventano un mero accessorio alla moda.
Cast variegato che include Thandie Newton nel ruolo di una dark lady molto cospirativa e Judi Dench molto aerea.
Pitch black
Primo episodio delle cronache di Riddick, penso che sia da considerare inguardabile per chi non abbia una certa passione per la fantascienza. E anche tra potenziali spettatori superstiti i risultati potrebbero essere altalenanti.
Una descrizione sommaria potrebbe catalogarlo come una sorta di Alien ambientato in un deserto alla Mad Max. B movie, quindi, ma diretto con una certa grazia (David Twohy). Piacevole la fotografia, che sfrutta il presupposto del mondo alieno illuminato da ben tre soli per ammannirci bizzarri colori e luminosità.
Le note dolenti vengono dalla storia, responsabilità principale dei fratelli Wheat con zampino del regista che, pur partendo da una idea interessante, resta scomodamente in bilico tra gli stereotipi del genere e le scemenze senza senso.
Per quanto riguarda gli stereotipi: astronave in panne si schianta su pianeta sconosciuto, chi ne sa di più muore ancora prima che l'azione inizi, un drappello di superstiti eterogenei deve superare difficoltà esterne e interne per cavarsela, i personaggi minori e qualche protagonista fanno una fine orrenda.
L'elenco delle sciocchezze è troppo lungo per questa sede. Per dirne una: lo sciame meteorico che porta al disastro fa incomparabilmente meno danni di quelli che dovrebbe fare. Dati i buchi che vengono fatti vedere, l'astronave sarebbe dovuta esplodere subito - un cortometraggio tra i più brevi nella storia della fantascienza. Oppure i buchi dovevano essere molto, ma molto (molto, molto, molto) più piccoli.
Da dire poi che si tratta di un gruppo di sfigatoni. Non solo fanno naufragio, ma finiscono su un pianeta desertico, perennemente sotto i raggi infocati di tre soli, giusto immediatamente prima che, come accade solo una volta ogni 22 anni, ci sia una eclissi totale.
Decisamente improbabile, poi, che su tale pianeta si sia evoluta una curiosa razza di predatori notturni che per 22 anni non ha niente da fare se non aspettare. Ci sarebbe da chiedersi anche che cosa si aspettino questi simpatici mostri tutti zanne e speroni. Mica è così facile che capiti qualcuno in visita.
Ma dicevo che penso ci sia una idea interessante nel film, e sarebbe poi il protagonista, un bruto assassino tutto muscoli e niente cervello, interpretato adeguatamente da Vin Diesel, che si è fatto operare agli occhi in modo da avere una visione notturna spettacolosa. Perché ha fatto mai questa idiozia e non si è comprato uno di quegli aggeggini che fanno vedere tutto verde mi sfugge, ma non è questo il punto. Il punto sarebbe che Riddick, perché di lui si tratta, inizialmente è in catene, e ha una voglia matta di fuggire (fuggire dove, vien da chiedersi) e magari ammazzare un po' tutti (invece di sedersi e aspettare che l'inospitale pianeta faccia il lavoro sporco al posto suo), ma poi viene giocoforza portato ad interagire più garbatamente con i suoi compagni di sventura.
Insomma, si tratta del solito western con cacciatore di teste che sta portando la sua preda dallo sceriffo per intascare la taglia, ma si imbattono in una carovana di pionieri ... però i cattivi qui non sono gli indiani ma mordaci alieni.
Una descrizione sommaria potrebbe catalogarlo come una sorta di Alien ambientato in un deserto alla Mad Max. B movie, quindi, ma diretto con una certa grazia (David Twohy). Piacevole la fotografia, che sfrutta il presupposto del mondo alieno illuminato da ben tre soli per ammannirci bizzarri colori e luminosità.
Le note dolenti vengono dalla storia, responsabilità principale dei fratelli Wheat con zampino del regista che, pur partendo da una idea interessante, resta scomodamente in bilico tra gli stereotipi del genere e le scemenze senza senso.
Per quanto riguarda gli stereotipi: astronave in panne si schianta su pianeta sconosciuto, chi ne sa di più muore ancora prima che l'azione inizi, un drappello di superstiti eterogenei deve superare difficoltà esterne e interne per cavarsela, i personaggi minori e qualche protagonista fanno una fine orrenda.
L'elenco delle sciocchezze è troppo lungo per questa sede. Per dirne una: lo sciame meteorico che porta al disastro fa incomparabilmente meno danni di quelli che dovrebbe fare. Dati i buchi che vengono fatti vedere, l'astronave sarebbe dovuta esplodere subito - un cortometraggio tra i più brevi nella storia della fantascienza. Oppure i buchi dovevano essere molto, ma molto (molto, molto, molto) più piccoli.
Da dire poi che si tratta di un gruppo di sfigatoni. Non solo fanno naufragio, ma finiscono su un pianeta desertico, perennemente sotto i raggi infocati di tre soli, giusto immediatamente prima che, come accade solo una volta ogni 22 anni, ci sia una eclissi totale.
Decisamente improbabile, poi, che su tale pianeta si sia evoluta una curiosa razza di predatori notturni che per 22 anni non ha niente da fare se non aspettare. Ci sarebbe da chiedersi anche che cosa si aspettino questi simpatici mostri tutti zanne e speroni. Mica è così facile che capiti qualcuno in visita.
Ma dicevo che penso ci sia una idea interessante nel film, e sarebbe poi il protagonista, un bruto assassino tutto muscoli e niente cervello, interpretato adeguatamente da Vin Diesel, che si è fatto operare agli occhi in modo da avere una visione notturna spettacolosa. Perché ha fatto mai questa idiozia e non si è comprato uno di quegli aggeggini che fanno vedere tutto verde mi sfugge, ma non è questo il punto. Il punto sarebbe che Riddick, perché di lui si tratta, inizialmente è in catene, e ha una voglia matta di fuggire (fuggire dove, vien da chiedersi) e magari ammazzare un po' tutti (invece di sedersi e aspettare che l'inospitale pianeta faccia il lavoro sporco al posto suo), ma poi viene giocoforza portato ad interagire più garbatamente con i suoi compagni di sventura.
Insomma, si tratta del solito western con cacciatore di teste che sta portando la sua preda dallo sceriffo per intascare la taglia, ma si imbattono in una carovana di pionieri ... però i cattivi qui non sono gli indiani ma mordaci alieni.
Bunraku
Curioso film che mescola fumetti, videogiochi, samurai, western (spaghetti), post-catastrofismo ottenendo un risultato che non mi riesce facilmente di descrivere. Parto travagliato della fantasia (malata) di Guy Moshe che ha diretto sulla base della sceneggiatura che ha tratto da un racconto di Boaz Davidson, che sarebbe poi tra i produttori di film come The Expendables, l'ultimo Conan, Rambo e altre delizie del genere. Il che spiega come, pur essendo lui un illustre sconosciuto, sia riuscito a racimolare un budget non colossale per gli standard americani (ma per i nostri sì) ma comunque notevole per una produzione indipendente, e soprattutto ad attirare noti attori nel progetto.
La storia prende le mosse da una catastrofe planetaria, in seguito alla quale si decide di bandire l'uso di tutte le armi da fuoco nel pianeta, cosicché la gente si ammazza all'arma bianca. Un futuro alla Mad Max, in certi aspetti uguale al nostro presente, in altri regredito ad un passato prossimo o anche remoto.
In una città di cartapesta, ma che più la Dogville di von Trier ricorda la Sin City di Tarantino (che occhiegga pure nell'attenzione strabica all'oriente e allo spaghetti western) e soci, due sconosciuti, Josh Hartnett e tale Gackt (una pop-star giapponese, se ho capito bene), arrivano a cercare ognuno di completare la propria diversa (e abbastanza scema) missione. Un barista da cui nessuna persona provvista di un minimo di buon senso (il natural born killer Woody Harrelson) accetterebbe il più innocuo aperitivo li mette assieme, avendo misteriosamente capito che possono risultare utili anche per la sua di missione. Seguono una impressionante serie di sciabolate, grida e botte, non trascurando pure una sottile traccia romantica, che a suo modo mi ha ricordato Valzer finale per un killer, che permette i due (più uno) di raggiungere il nemico comune, l'elusivo capo della mala locale (Ron Perlman) che tra l'altro si spupazza Demi Moore. Tanto per gradire.
A livello visuale il risultato è divertente, ma tirato troppo per le lunghe (due ore!). La storia però è una barba. Terrei d'occhio Moshe e spererei che gli capitasse per le mani una vicenda più interessante.
La storia prende le mosse da una catastrofe planetaria, in seguito alla quale si decide di bandire l'uso di tutte le armi da fuoco nel pianeta, cosicché la gente si ammazza all'arma bianca. Un futuro alla Mad Max, in certi aspetti uguale al nostro presente, in altri regredito ad un passato prossimo o anche remoto.
In una città di cartapesta, ma che più la Dogville di von Trier ricorda la Sin City di Tarantino (che occhiegga pure nell'attenzione strabica all'oriente e allo spaghetti western) e soci, due sconosciuti, Josh Hartnett e tale Gackt (una pop-star giapponese, se ho capito bene), arrivano a cercare ognuno di completare la propria diversa (e abbastanza scema) missione. Un barista da cui nessuna persona provvista di un minimo di buon senso (il natural born killer Woody Harrelson) accetterebbe il più innocuo aperitivo li mette assieme, avendo misteriosamente capito che possono risultare utili anche per la sua di missione. Seguono una impressionante serie di sciabolate, grida e botte, non trascurando pure una sottile traccia romantica, che a suo modo mi ha ricordato Valzer finale per un killer, che permette i due (più uno) di raggiungere il nemico comune, l'elusivo capo della mala locale (Ron Perlman) che tra l'altro si spupazza Demi Moore. Tanto per gradire.
A livello visuale il risultato è divertente, ma tirato troppo per le lunghe (due ore!). La storia però è una barba. Terrei d'occhio Moshe e spererei che gli capitasse per le mani una vicenda più interessante.
Slevin - Patto criminale
Siamo dalle parti de I soliti sospetti, Ocean's eleven, Pulp fiction, tanto per fare un po' di titoli, ma il risultato è meno piacevole. Colpa soprattutto della sceneggiatura, direi.
Cast interessante, con Ben Kingsley e Morgan Freeman nei panni di due boss della mala newyorkese, Bruce Willis in quelli del killer a pagamento, Stanley Tucci lo sbirro, Josh Hartnett lu bello guaglione, e Lucy Liu quella che passava di lì per caso.
La storia narrata è improbabile e sembra che abbia il solo scopo di far divertire il cast. Potrebbe incidentalmente riuscire divertente anche allo spettatore che vuole passare un paio d'ore in compagnia di una sorta di indovinello criminale tra ammazzamenti vari.
Cast interessante, con Ben Kingsley e Morgan Freeman nei panni di due boss della mala newyorkese, Bruce Willis in quelli del killer a pagamento, Stanley Tucci lo sbirro, Josh Hartnett lu bello guaglione, e Lucy Liu quella che passava di lì per caso.
La storia narrata è improbabile e sembra che abbia il solo scopo di far divertire il cast. Potrebbe incidentalmente riuscire divertente anche allo spettatore che vuole passare un paio d'ore in compagnia di una sorta di indovinello criminale tra ammazzamenti vari.
Thor
C'è del marcio in Danimarca, e c'è anche del buono in questo fumettone blockbuster, nonostante le apparenze. Merito probabilmente di Kenneth Branagh, magari anche solo della sua ingombrante presenza alla regia, che deve essere riuscito a far sì che la sceneggiatura prendesse (anche) direzioni più complicate di quello che ci si sarebbe legittimamente potuti aspettare.
Seguiamo così Thor (un muscoloso Chris Hemsworth adeguato al ruolo) che da adolescente figlio di papà diventa adulto. E questa è già una notizia, in un mondo dove sembra che tutti cercano di restare allo stadio infantile il più a lungo possibile. Altra notizia è che l'occasione di crescere gli viene dal fallimento il che, soprattutto visto dal punto di vista americano, deve essere praticamente uno shock epocale. Capita così che Thor, privato dei poteri dal padre Odino (Anthony Hopkins) per averne fatta una più grossa delle altre, piombi sulla terra, ma non riesca bene a capire cosa gli sia successo finché non scopre di non essere più capace di usare il suo martello, fonte dei suoi poteri. Naturalmente supererà questa fase ma, anche qui piuttosto sorprendentemente, solo quando riuscirà a crescere emotivamente.
E non è solo il personaggio di Thor ad essere costruito con una certa profondità, ma un po' tutti i protagonisti divini. Odino ha i suoi lati oscuri, il supercattivo Loki (Tom Hiddleston appena visto in Midnight in Paris, tra l'altro, buon lavoro qui direi, nonostante un carattere non disegnato bene) ha, a ben vedere, tutte le ragioni di essere tale.
Il lato umano della vicenda, invece, zoppica visibilmente. Due ottimi attori, Natalie Portman e Stellan Skarsgård, si trovano a dover gestire personaggi poco più che abbozzati e puramente di contorno.
Credo ci siano molti riferimenti alla serie fumettistica della Marvel, che con me sono andati completamente sprecati. Me la sono cavata grazie al fatto che nella Guida galattica per autostoppisti (serie cartacea, non il film) il personaggio di Thor ha un suo spazio significativo.
Nel finale si lascia intravvedere che il sequel è già bello che pronto. Non mi aspetto niente di buono.
Seguiamo così Thor (un muscoloso Chris Hemsworth adeguato al ruolo) che da adolescente figlio di papà diventa adulto. E questa è già una notizia, in un mondo dove sembra che tutti cercano di restare allo stadio infantile il più a lungo possibile. Altra notizia è che l'occasione di crescere gli viene dal fallimento il che, soprattutto visto dal punto di vista americano, deve essere praticamente uno shock epocale. Capita così che Thor, privato dei poteri dal padre Odino (Anthony Hopkins) per averne fatta una più grossa delle altre, piombi sulla terra, ma non riesca bene a capire cosa gli sia successo finché non scopre di non essere più capace di usare il suo martello, fonte dei suoi poteri. Naturalmente supererà questa fase ma, anche qui piuttosto sorprendentemente, solo quando riuscirà a crescere emotivamente.
E non è solo il personaggio di Thor ad essere costruito con una certa profondità, ma un po' tutti i protagonisti divini. Odino ha i suoi lati oscuri, il supercattivo Loki (Tom Hiddleston appena visto in Midnight in Paris, tra l'altro, buon lavoro qui direi, nonostante un carattere non disegnato bene) ha, a ben vedere, tutte le ragioni di essere tale.
Il lato umano della vicenda, invece, zoppica visibilmente. Due ottimi attori, Natalie Portman e Stellan Skarsgård, si trovano a dover gestire personaggi poco più che abbozzati e puramente di contorno.
Credo ci siano molti riferimenti alla serie fumettistica della Marvel, che con me sono andati completamente sprecati. Me la sono cavata grazie al fatto che nella Guida galattica per autostoppisti (serie cartacea, non il film) il personaggio di Thor ha un suo spazio significativo.
Nel finale si lascia intravvedere che il sequel è già bello che pronto. Non mi aspetto niente di buono.
Midnight in Paris
Anni venti a Parigi, un tale cerca di spiegare a tre tizi al bar che lui arriva dal 2010, e spende le sue giornate diviso tra queste due diverse epoche. I tre non capiscono cosa ci sia di strano. Bella forza, sono surrealisti. Tipica situazione alla Woody Allen, un po' come in Prendi i soldi e scappa l'ergastolano che non riusciva a scappare veniva messo in isolamento in compagnia di un assicuratore, per rendere la pena ancor più crudele. Si parte praticamente da cliché ben noti e li si stravolge aggiungendo situazioni di per sé normali ma completamente stranianti.
La nostalgia è il forte legame (non cercato) con Radio America di Altman, che ho appena visto, anche se lo sviluppo è decisamente diverso. Qui il vero motore dell'azione è l'insoddisfazione del protagonista (un sorprendente Owen Wilson - non eccezionale a dire il vero, ma ero prevenuto nei suoi confronti, e invece se la cava in maniera più che dignitosa, e la sua espressione di stupefatta incredulità di fronte a situazioni incredibilmente stupefacenti è perfetta, oltre che estremamente comica) che sarebbe sul punto di sposare una odiosa fidanzata (ma decisamente bellina - Rachel McAdams) con cui, quando ci pensa bene, scopre di avere ben poco in comune, se non un certo apprezzamento per la cucina indiana.
Lo troviamo dunque in crisi esistenziale/creativa (vorrebbe essere un autore letterario, ma ha invece intrapreso una carriera di sceneggiatore di successo a Hollywood) acuita dal fatto di trovarsi a Parigi, un ambiente che sprizza cultura da ogni angolo, soprattutto se paragonato alla California. A questo punto c'è un (giustamente) inesplicabile salto temporale, che possiamo vedere a nostra scelta come reale o immaginario, e che ricorda un po' l'espediente usato in Alice per rappresentare la crisi della protagonista, e che permette al protagonista di confrontarsi direttamente con il suo sogno, vivere nella Parigi degli anni 20, incontrando tra gli altri personaggi come Hemingway (Corey Stoll), Scott Fitzgerald (Tom Hiddleston), Picasso, Salvador Dalí (un brillante Adrien Brody, surreale al punto giusto), Gertrude Stein (Kathy Bates in ottima forma), Joséphine Baker, Cole Porter e confrontarsi con una sua sorta di alter ego femminile (Marion Cotillard) per cui si prenderà una mezza cotta.
Alla fine il protagonista dovrà prendere una serie di decisioni non da poco. Rinchiudersi in un paradiso artificiale o affrontare una quotidianità meno affascinante, ma reale? Seguire la comoda strada di un ricco ma infelice matrimonio o tentare la ventura seguendo la propria vocazione?
A ben vedere, si tratta di una ripresa del precedente Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, ma qui i toni sono molto più allegri, ho riso, sorriso, mi sono lasciato coinvolgere dalla sorpresa di eventi irreali ma ben costruiti, dall'emozione ben raccontata dell'incontro con personaggi ormai mitici. Pensa, incontrare Luis Buñuel. E prendersi la soddisfazione di suggerirgli lo spunto per L'angelo sterminatore!
PS: link alle recensioni citate nel commento da il bibliofilo: Curzio Maltese, Alessandra Levantesi Kezich. Rispetto alla Kezich io contesterei il premio al miglior alter ego di Allen, che darei a Larry David (Basta che funzioni), ma in effetti mi sembra che se la sia cavata meglio di Jason Biggs (Anything else) o anche Kenneth Branagh (Celebrity). Mentre Maltese mi pare che abbia percepito più comicità di me, che ci ho visto anche un aspetto più... direi quasi esistenzialista, per restare in tema parigino.
La nostalgia è il forte legame (non cercato) con Radio America di Altman, che ho appena visto, anche se lo sviluppo è decisamente diverso. Qui il vero motore dell'azione è l'insoddisfazione del protagonista (un sorprendente Owen Wilson - non eccezionale a dire il vero, ma ero prevenuto nei suoi confronti, e invece se la cava in maniera più che dignitosa, e la sua espressione di stupefatta incredulità di fronte a situazioni incredibilmente stupefacenti è perfetta, oltre che estremamente comica) che sarebbe sul punto di sposare una odiosa fidanzata (ma decisamente bellina - Rachel McAdams) con cui, quando ci pensa bene, scopre di avere ben poco in comune, se non un certo apprezzamento per la cucina indiana.
Lo troviamo dunque in crisi esistenziale/creativa (vorrebbe essere un autore letterario, ma ha invece intrapreso una carriera di sceneggiatore di successo a Hollywood) acuita dal fatto di trovarsi a Parigi, un ambiente che sprizza cultura da ogni angolo, soprattutto se paragonato alla California. A questo punto c'è un (giustamente) inesplicabile salto temporale, che possiamo vedere a nostra scelta come reale o immaginario, e che ricorda un po' l'espediente usato in Alice per rappresentare la crisi della protagonista, e che permette al protagonista di confrontarsi direttamente con il suo sogno, vivere nella Parigi degli anni 20, incontrando tra gli altri personaggi come Hemingway (Corey Stoll), Scott Fitzgerald (Tom Hiddleston), Picasso, Salvador Dalí (un brillante Adrien Brody, surreale al punto giusto), Gertrude Stein (Kathy Bates in ottima forma), Joséphine Baker, Cole Porter e confrontarsi con una sua sorta di alter ego femminile (Marion Cotillard) per cui si prenderà una mezza cotta.
Alla fine il protagonista dovrà prendere una serie di decisioni non da poco. Rinchiudersi in un paradiso artificiale o affrontare una quotidianità meno affascinante, ma reale? Seguire la comoda strada di un ricco ma infelice matrimonio o tentare la ventura seguendo la propria vocazione?
A ben vedere, si tratta di una ripresa del precedente Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, ma qui i toni sono molto più allegri, ho riso, sorriso, mi sono lasciato coinvolgere dalla sorpresa di eventi irreali ma ben costruiti, dall'emozione ben raccontata dell'incontro con personaggi ormai mitici. Pensa, incontrare Luis Buñuel. E prendersi la soddisfazione di suggerirgli lo spunto per L'angelo sterminatore!
PS: link alle recensioni citate nel commento da il bibliofilo: Curzio Maltese, Alessandra Levantesi Kezich. Rispetto alla Kezich io contesterei il premio al miglior alter ego di Allen, che darei a Larry David (Basta che funzioni), ma in effetti mi sembra che se la sia cavata meglio di Jason Biggs (Anything else) o anche Kenneth Branagh (Celebrity). Mentre Maltese mi pare che abbia percepito più comicità di me, che ci ho visto anche un aspetto più... direi quasi esistenzialista, per restare in tema parigino.
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