Approfittando del nulla estivo, l'ultimo bel lavoro di Marco Tullio Giordana (co-scritto e diretto) è ritornato in sala, riuscendo anche a rientrare nella top 20, anche se a fatica, e comunque con un incasso minimo. Non che la distribuzione sia particolarmente capillare, anzi. Fortuna che il DVD è già in distribuzione, e così ho potuto vedermelo anch'io, anche se non sul grande schermo.
La strage del titolo è quella milanese di Piazza Fontana, e si segue la prospettiva di Luigi Calabresi (Valerio Mastandrea) che segue le indagini che lo portano al confronto con Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino - ottimo), entrambi faranno una brutta fine. Come del resto molti altri, in genere persone che non c'entravano niente.
La vicenda è intricatissima, e forse riuscirà incomprensibile ai non italiani, e a chi non sappia molto dei fatti di quegli anni. Meglio dunque arrivare preparati alla visione, leggendosi semmai qualcosina in proposito.
È bello vedere di tanto in tanto un film italiano girato con cura, con un cast che recita come in realtà sanno fare in molti tra i nostri attori, solo che pare che non venga richiesto. In particolare Fabrizio Gifuni, nei panni di Aldo Moro, ha fatto un ottimo lavoro, ma vale la pena di citare almeno anche Luigi Lo Cascio, Omero Antonutti, Michela Cescon e Laura Chiatti.
Girato quasi più in tonalità di grigio che a colori (molto spenti, rendendo bene lo spirito del tempo) e con una colonna sonora quasi solo accennata, che si guadagna spazio solo in occasione dei funerali in Duomo per le vittime della strage, con il Lacrimosa dalla messa da Requiem K.626 di Mozart.
Sciarada
Non riuscitissimo lavoro di Stanley Donen (regia e produzione), pur essendo basato su una piacevole sceneggiatura di Peter Stone. Darei la colpa principale a Donen (e al montaggio a tratti decisamente questionabile), anche se al confronto con il remake del 2002 (The truth about Charlie), questo sembra un filmone imperdibile.
Più interessante il parallelo con La pantera rosa di Blake Edwards, stesso anno di uscita, colonna sonora di Henry Mancini in entrambi in casi, sempre con il contributo di Johnny Mercer, titoli di testa sorprendenti, da una parte una pantera rosa che diventerà indimenticabile, qui un meno eclatante ma comunque interessante lavoro di Maurice Binder, lo stesso dei titoli di testa de L'erba del vicino è sempre più verde, ma che qui punta su una animazione molto geometrica, che mi ha ricordato, per certi suoi andamenti a spirale, La donna che visse due volte. Entrambe le pellicole iniziano sulle Alpi, in località molto alla moda, Megève in Francia e Cortina in Italia, e hanno una particina per un poliziotto francese pasticcione, secondaria qui, prorompente là, grazie a Peter Sellers.
Protagonista della storia è una traduttrice americana (Audrey Hepburn) basata a Parigi, sposata ad un tale di cui non sappiamo praticamente nulla, che poi è poco più di quello che ne sa anche la consorte. E scopriremo ben poco sul suo conto, visto che lo vediamo morto già nella prima sequenza del film.
Segue la caccia al quarto di milione di dollari che il deceduto ha in qualche modo occultato. Tutti sono convinti che li abbia lei, e forse è anche vero, ma lei non ha idea di dove siano. Tre tipacci (James Coburn, George Kennedy, Ned Glass) la minacciano rudemente, un baffuto Walter Matthau le dà qualche spiegazione ma ben poco supporto, sembra che l'unico su cui lei possa fare affidamento sia Cary Grant, ma evidentemente anche lui non la conta giusta.
Trama giallo-rosa che oscilla tra il thriller e la commedia. Miscelare tutte queste componenti non è un lavoro facile. Blake Edwards avrebbe saputo trattar meglio gli aspetti comici, Alfred Hitchock sarebbe andato a nozze con le scene con maggiore tensione emotiva. Donen, nonostante il cast di gran classe, mostra i suoi limiti su tutti i fronti.
Più interessante il parallelo con La pantera rosa di Blake Edwards, stesso anno di uscita, colonna sonora di Henry Mancini in entrambi in casi, sempre con il contributo di Johnny Mercer, titoli di testa sorprendenti, da una parte una pantera rosa che diventerà indimenticabile, qui un meno eclatante ma comunque interessante lavoro di Maurice Binder, lo stesso dei titoli di testa de L'erba del vicino è sempre più verde, ma che qui punta su una animazione molto geometrica, che mi ha ricordato, per certi suoi andamenti a spirale, La donna che visse due volte. Entrambe le pellicole iniziano sulle Alpi, in località molto alla moda, Megève in Francia e Cortina in Italia, e hanno una particina per un poliziotto francese pasticcione, secondaria qui, prorompente là, grazie a Peter Sellers.
Protagonista della storia è una traduttrice americana (Audrey Hepburn) basata a Parigi, sposata ad un tale di cui non sappiamo praticamente nulla, che poi è poco più di quello che ne sa anche la consorte. E scopriremo ben poco sul suo conto, visto che lo vediamo morto già nella prima sequenza del film.
Segue la caccia al quarto di milione di dollari che il deceduto ha in qualche modo occultato. Tutti sono convinti che li abbia lei, e forse è anche vero, ma lei non ha idea di dove siano. Tre tipacci (James Coburn, George Kennedy, Ned Glass) la minacciano rudemente, un baffuto Walter Matthau le dà qualche spiegazione ma ben poco supporto, sembra che l'unico su cui lei possa fare affidamento sia Cary Grant, ma evidentemente anche lui non la conta giusta.
Trama giallo-rosa che oscilla tra il thriller e la commedia. Miscelare tutte queste componenti non è un lavoro facile. Blake Edwards avrebbe saputo trattar meglio gli aspetti comici, Alfred Hitchock sarebbe andato a nozze con le scene con maggiore tensione emotiva. Donen, nonostante il cast di gran classe, mostra i suoi limiti su tutti i fronti.
Iron sky
Per me la fantascienza, quella che mi piace, è un mezzo per parlare di cose che potrebbero risultare pesanti (noiose, non interessanti, ...) alleggerendo il tema ma lasciandolo comunque bene in vista. Più passa il tempo, e più mi capita di pensare che non siano poi in molti ad avere questa idea, e che la fantascienza, soprattutto al cinema, sia diventata semplicemente un modo di intrattenere lo spettatore facendo un gran baccano e mostrando luci colorate. Uno spettacolo pirotecnico, insomma.
Grazie al cielo ogni tanto incappo in film come Iron sky che risollevano la mia fiducia nel genere. Secondo me, con un doppiaggio decente e una minima campagna pubblicitaria, avrebbe potuto essere distribuito nei nostri cinema agostani e, complice anche la calma piatta di questi giorni, avrebbe anche potuto strappare un buon risultato. Ma i distributori hanno deciso diversamente, e non c'è traccia di una localizzazione della pellicola. Al momento, l'unico modo per vederselo è fare riferimento al DVD inglese, reperibile facilmente sui soliti siti web.
Ma perché non distribuirlo in Italia? Ho cercato in rete pareri negativi sul film e, a parte gli ovvi nazi-fascisti che non gradiscono troppo la presa in giro della loro ideologia prediletta, e i filo-american-repubblicani a cui non piace la facile ironia su Sarah Palin e accoliti, ho trovato solo qualche perplessità per la carenza di fondi utilizzati ("solo" sette milioni e mezzo, secondo IMDB) che si traducono in un cast non particolarmente brillante ed effetti speciali risparmiosi. Bolla avrebbe preferito una impostazione più "Z trash", ma questo credo che voglia dire che lo ritene troppo commerciale, dunque adatto alla distribuzione, per lo meno estiva.
Mi tengo il mistero, e illustro la trama. Un mito nato con la fine della seconda guerra mondiale è che i nazisti non sarebbero stati completamente sconfitti, ma si sarebbero ritirati chissadove per preparare la loro vendetta. Il tema è già stato affrontato da altri titoli, vedi ad esempio Il mistero del cadavere scomparso. Qui però i fuggitivi si sarebbero rifugiati addirittura sulla Luna. Premessa imbarazzantemente impossibile dunque, ma, se si fa un salto di fede e la si accetta, tutto il resto scorre bene. La tecnologia tedesca anni quaranta, mancando stimoli esterni, cresce poco o niente in settantanni, e arriviamo in un (nostro) futuro imminente dove la base nazista sulla "dark side of the moon" (citazione musicale dai Pink Floyd ineludibile) prospera, preparando il rientro sul pianeta.
A far scattare l'azione è la discesa sulla Luna di una nuova missione Apollo, progettata per due scopi, uno palese, propaganda elettorale per una simil-Sarah Palin al suo primo mandato che mira alla rielezione, e uno nascosto, ricerca di ingenti depositi di Elio-3 da parte del segretario di stato. Il primo scopo fa sì che uno dei due astronauti sia un modello di colore (Christopher Kirby), il secondo determina il punto di sbarco, vicino alla base nazista, costruita per l'appunto vicino all'agognato giacimento.
La sceneggiatura è densa, con il Führer corrente (Udo Kier) che deve guardarsi dal rampante delfino (Götz Otto), che vorrebbe anche papparsi la bella Renate (Julia Dietze), figlia dell'immancabile scienziato pazzo (Tilo Prückner), mentre sulla Terra la simil-Palin mette sotto pressione la sua responsabile per le comunicazioni per trovare un tema vincente per la campagna elettorale, che viene identificata nella propaganda nazista fornita da Otto, sceso con un UFO (ecco spiegata la loro origine!) sulla Terra.
Inevitabile il nuovo scontro tra nazisti e resto del mondo, con finale desolante ma il linea con le premesse.
Festival delle citazioni cinematografico-musicali, perfettamente integrate nella trama. Tanto Wagner, ovviamente, rimaneggiato e integrato nella bella e poliedrica colonna sonora degli sloveni Laibach, sui titoli di coda una loro canzone che mi pare citi i Garbage di 007 (The world is not enough).
Come è giusto che sia, i nazisti fanno la figura degli sciocchi, al punto da battezzare la loro arma finale Götterdämmerung, come il capolavoro di Wagner (e, loro non lo sanno, naturalmente, ma anche come il capolavoro di Luchino Visconti, La caduta degli dei) che è, come dire, un po' come andarsi a cercare che la sfortuna ci metta il becco.
Ma anche le potenze terrestri non fanno una bella figura. Per dirne una, messi di fronte all'emergenza dell'attacco nazista, tutte le nazioni rivelano di aver nascostamente modificato i propri satelliti civili per militarizzarli. Tutti tranne una, la Finlandia. E il rappresentante finlandese è estremamente imbarazzato da quella che gli sembra una sciocca ingenuità.
Grazie al cielo ogni tanto incappo in film come Iron sky che risollevano la mia fiducia nel genere. Secondo me, con un doppiaggio decente e una minima campagna pubblicitaria, avrebbe potuto essere distribuito nei nostri cinema agostani e, complice anche la calma piatta di questi giorni, avrebbe anche potuto strappare un buon risultato. Ma i distributori hanno deciso diversamente, e non c'è traccia di una localizzazione della pellicola. Al momento, l'unico modo per vederselo è fare riferimento al DVD inglese, reperibile facilmente sui soliti siti web.
Ma perché non distribuirlo in Italia? Ho cercato in rete pareri negativi sul film e, a parte gli ovvi nazi-fascisti che non gradiscono troppo la presa in giro della loro ideologia prediletta, e i filo-american-repubblicani a cui non piace la facile ironia su Sarah Palin e accoliti, ho trovato solo qualche perplessità per la carenza di fondi utilizzati ("solo" sette milioni e mezzo, secondo IMDB) che si traducono in un cast non particolarmente brillante ed effetti speciali risparmiosi. Bolla avrebbe preferito una impostazione più "Z trash", ma questo credo che voglia dire che lo ritene troppo commerciale, dunque adatto alla distribuzione, per lo meno estiva.
Mi tengo il mistero, e illustro la trama. Un mito nato con la fine della seconda guerra mondiale è che i nazisti non sarebbero stati completamente sconfitti, ma si sarebbero ritirati chissadove per preparare la loro vendetta. Il tema è già stato affrontato da altri titoli, vedi ad esempio Il mistero del cadavere scomparso. Qui però i fuggitivi si sarebbero rifugiati addirittura sulla Luna. Premessa imbarazzantemente impossibile dunque, ma, se si fa un salto di fede e la si accetta, tutto il resto scorre bene. La tecnologia tedesca anni quaranta, mancando stimoli esterni, cresce poco o niente in settantanni, e arriviamo in un (nostro) futuro imminente dove la base nazista sulla "dark side of the moon" (citazione musicale dai Pink Floyd ineludibile) prospera, preparando il rientro sul pianeta.
A far scattare l'azione è la discesa sulla Luna di una nuova missione Apollo, progettata per due scopi, uno palese, propaganda elettorale per una simil-Sarah Palin al suo primo mandato che mira alla rielezione, e uno nascosto, ricerca di ingenti depositi di Elio-3 da parte del segretario di stato. Il primo scopo fa sì che uno dei due astronauti sia un modello di colore (Christopher Kirby), il secondo determina il punto di sbarco, vicino alla base nazista, costruita per l'appunto vicino all'agognato giacimento.
La sceneggiatura è densa, con il Führer corrente (Udo Kier) che deve guardarsi dal rampante delfino (Götz Otto), che vorrebbe anche papparsi la bella Renate (Julia Dietze), figlia dell'immancabile scienziato pazzo (Tilo Prückner), mentre sulla Terra la simil-Palin mette sotto pressione la sua responsabile per le comunicazioni per trovare un tema vincente per la campagna elettorale, che viene identificata nella propaganda nazista fornita da Otto, sceso con un UFO (ecco spiegata la loro origine!) sulla Terra.
Inevitabile il nuovo scontro tra nazisti e resto del mondo, con finale desolante ma il linea con le premesse.
Festival delle citazioni cinematografico-musicali, perfettamente integrate nella trama. Tanto Wagner, ovviamente, rimaneggiato e integrato nella bella e poliedrica colonna sonora degli sloveni Laibach, sui titoli di coda una loro canzone che mi pare citi i Garbage di 007 (The world is not enough).
Come è giusto che sia, i nazisti fanno la figura degli sciocchi, al punto da battezzare la loro arma finale Götterdämmerung, come il capolavoro di Wagner (e, loro non lo sanno, naturalmente, ma anche come il capolavoro di Luchino Visconti, La caduta degli dei) che è, come dire, un po' come andarsi a cercare che la sfortuna ci metta il becco.
Ma anche le potenze terrestri non fanno una bella figura. Per dirne una, messi di fronte all'emergenza dell'attacco nazista, tutte le nazioni rivelano di aver nascostamente modificato i propri satelliti civili per militarizzarli. Tutti tranne una, la Finlandia. E il rappresentante finlandese è estremamente imbarazzato da quella che gli sembra una sciocca ingenuità.
Crash - Contatto fisico
Il sottotitolo italiano, una volta tanto, non è inopportuno, sia perché riprende la battuta di uno tra gli innumerevoli protagonisti, forse quella che dà la giusta chiave interpretativa, sia perché a dire Crash (mi) viene in mente il film di Cronenberg, basato su un inquietante racconto di Ballard, e non questo lavoro, scritto, diretto e coprodotto da Paul Haggis.
Storia corale a incastro sulle complicazioni della vita californiana. Ce ne si può facilmente tirar fuori una lunga serie: Crossing over, Traffic, Bobby, Magnolia, America oggi, tanto per fare un po' di nomi.
La prima parte ci mostra una situazione catastrofica, dove tutti diffidano di tutti, per paura si rifiuta il minimo contatto fisico, e alla fine si usa lo scontro violento come unico mezzo rimasto per avere una qualche relazione umana. In un certo senso questa visione ricorda molto l'idea originaria di Ballard, ma viene trasferita su un piano più sociologico. Già, perché qui tutti i protagonisti usano un bieco razzismo come arma di difesa nei confronti di una sostanziale solitudine.
La seconda parte è più interlocutoria, cose che andavano male sorprendentemente trovano un modo di aggiustarsi, personaggi che avevano una certa opinione, spesso di loro stessi, si trovano a doverla cambiare, nel bene o nel male.
Nonostante questa impostazione quasi meccanica, lo svolgimento evita i luoghi comuni più beceri, o almeno li affronta in un modo inconsueto, da angolazioni inaspettate, riuscendo quasi sempre a tenere sul filo lo spettatore. O almeno, con me c'è riuscito. Solo una delle storie narrate ho capito subito dove andava a parare, ma anche in questo caso sono rimasto soddisfatto che finisse proprio come mi aspettavo.
In una storia così intricata è bene che nessun attore spicchi sugli altri, ed è quello che succede qui. Buon cast, ognuno fa il suo lavoro, ma nessuno può essere considerato il personaggio chiave. Tra i nomi noti che ci troviamo davanti cito Sandra Bullock, tendenzialmente razzista, rafforzata nelle sue convinzioni da un furto d'auto da parte di una coppia di giovani delinquenti di colore, se la piglia per quello con tutti i non-bianchi che le capitano a tiro, fino a scoprire che l'unica persona su cui può contare è la sua domestica messicana; Matt Dillon, poliziotto che abusa del suo potere, ma che scopriamo poi che si comporta così perché pensa di avere le sue ragioni - il caso vorrà che trovi il modo di riparare a una sua malefatta; Brendan Fraser, un bietolone interessato solo a manipolare gli eventi a fine politico, uno dei pochi personaggi per cui le due ore di film sono passate praticamente invano; Thandie Newton bella moglie di un regista televisivo, scoprirà che gli umani sono esseri molto complicati; Terrence Howard, marito della Newton, avrà modo di incidere sulla realtà dei fatti; Michael Peña subisce per gran parte del tempo i pregiudizi di tutti quanti, praticamente unico nella storia che non fa niente di male.
Colonna sonora tutti frutti, sui titoli finali ci sono persino i gallesi Stereophonics.
Storia corale a incastro sulle complicazioni della vita californiana. Ce ne si può facilmente tirar fuori una lunga serie: Crossing over, Traffic, Bobby, Magnolia, America oggi, tanto per fare un po' di nomi.
La prima parte ci mostra una situazione catastrofica, dove tutti diffidano di tutti, per paura si rifiuta il minimo contatto fisico, e alla fine si usa lo scontro violento come unico mezzo rimasto per avere una qualche relazione umana. In un certo senso questa visione ricorda molto l'idea originaria di Ballard, ma viene trasferita su un piano più sociologico. Già, perché qui tutti i protagonisti usano un bieco razzismo come arma di difesa nei confronti di una sostanziale solitudine.
La seconda parte è più interlocutoria, cose che andavano male sorprendentemente trovano un modo di aggiustarsi, personaggi che avevano una certa opinione, spesso di loro stessi, si trovano a doverla cambiare, nel bene o nel male.
Nonostante questa impostazione quasi meccanica, lo svolgimento evita i luoghi comuni più beceri, o almeno li affronta in un modo inconsueto, da angolazioni inaspettate, riuscendo quasi sempre a tenere sul filo lo spettatore. O almeno, con me c'è riuscito. Solo una delle storie narrate ho capito subito dove andava a parare, ma anche in questo caso sono rimasto soddisfatto che finisse proprio come mi aspettavo.
In una storia così intricata è bene che nessun attore spicchi sugli altri, ed è quello che succede qui. Buon cast, ognuno fa il suo lavoro, ma nessuno può essere considerato il personaggio chiave. Tra i nomi noti che ci troviamo davanti cito Sandra Bullock, tendenzialmente razzista, rafforzata nelle sue convinzioni da un furto d'auto da parte di una coppia di giovani delinquenti di colore, se la piglia per quello con tutti i non-bianchi che le capitano a tiro, fino a scoprire che l'unica persona su cui può contare è la sua domestica messicana; Matt Dillon, poliziotto che abusa del suo potere, ma che scopriamo poi che si comporta così perché pensa di avere le sue ragioni - il caso vorrà che trovi il modo di riparare a una sua malefatta; Brendan Fraser, un bietolone interessato solo a manipolare gli eventi a fine politico, uno dei pochi personaggi per cui le due ore di film sono passate praticamente invano; Thandie Newton bella moglie di un regista televisivo, scoprirà che gli umani sono esseri molto complicati; Terrence Howard, marito della Newton, avrà modo di incidere sulla realtà dei fatti; Michael Peña subisce per gran parte del tempo i pregiudizi di tutti quanti, praticamente unico nella storia che non fa niente di male.
Colonna sonora tutti frutti, sui titoli finali ci sono persino i gallesi Stereophonics.
La memoria del cuore
Dopo lunga meditazione, la scelta tra i non molti titoli disponibili in questo caldo weekend agostano è caduta su questo film, che in fin dei conti ha mantenuto le sue (non mirabolanti) promesse. Una buona commedia sentimentale senza troppe pretese.
È l'ennesima "storia vera", ed è curioso notare come sia la terza della serie che vedo in breve periodo. Qui nei titoli si dice pianamente che la vicenda reale sia servita solo come ispirazione agli sceneggiatori, e come argomento difensivo ai "ma dai, com'è possibile?". In Un anno da leoni si sceglie lo stesso approccio, ma si mira più sull'autoironia (è tutto vero tranne i fatti narrati, ci viene detto). Spiazzante invece The way back in cui ci viene narrata una storia spacciata come vera da chi l'ha scritta, ma che a vederla ci dovrebbe venire almeno il dubbio di quanto possa essere verosimile.
Il punto chiave tratto dalla storia originaria è che una tipetta (Rachel McAdams) prende una gran botta in testa che le cancella la memoria recente, facendo scomparire il marito (Channing Tatum) dalla sua vita. Tutto il resto (a parte il lieto fine d'ordinanza) ho il sospetto che sia stato inventato di sana pianta.
Qui il rewind sembra favorire i genitori della protagonista (Sam Neill e Jessica Lange - quanto tempo senza vederla in un film!) da cui lei si era bruscamente staccata, e ora non ricorda più perché. Idem per il fidanzato (Scott Speedman) che si vede ripiombare tra le braccia il bocconcino da cui era stato bruscamente mollato. Ma è solo questione di tempo, ci dice la sceneggiatura, e il sentiero che è stato fatto una volta verrà percorso nuovamente. Possibile? Mi pare questionabile. Ma evidentemente non si può fare la controprova. In ogni caso il titolo italiano è sbagliato, l'originale The vow fa riferimento al giuramento matrimoniale (o come si chiama) che la coppia interpreta a suo modo, e che, essendo stato filmato, mostra alla smemorata quanto ci fosse qualcosa di forte tra i due.
Prima regia cinematografica, non particolarmente entusiasmante, di Michael Sucsy, colonna sonora in stile raccolta pop, giustificata dalla professione di lui, produttore musicale. In particolare ho gradito i Cure sui titoli di coda.
È l'ennesima "storia vera", ed è curioso notare come sia la terza della serie che vedo in breve periodo. Qui nei titoli si dice pianamente che la vicenda reale sia servita solo come ispirazione agli sceneggiatori, e come argomento difensivo ai "ma dai, com'è possibile?". In Un anno da leoni si sceglie lo stesso approccio, ma si mira più sull'autoironia (è tutto vero tranne i fatti narrati, ci viene detto). Spiazzante invece The way back in cui ci viene narrata una storia spacciata come vera da chi l'ha scritta, ma che a vederla ci dovrebbe venire almeno il dubbio di quanto possa essere verosimile.
Il punto chiave tratto dalla storia originaria è che una tipetta (Rachel McAdams) prende una gran botta in testa che le cancella la memoria recente, facendo scomparire il marito (Channing Tatum) dalla sua vita. Tutto il resto (a parte il lieto fine d'ordinanza) ho il sospetto che sia stato inventato di sana pianta.
Qui il rewind sembra favorire i genitori della protagonista (Sam Neill e Jessica Lange - quanto tempo senza vederla in un film!) da cui lei si era bruscamente staccata, e ora non ricorda più perché. Idem per il fidanzato (Scott Speedman) che si vede ripiombare tra le braccia il bocconcino da cui era stato bruscamente mollato. Ma è solo questione di tempo, ci dice la sceneggiatura, e il sentiero che è stato fatto una volta verrà percorso nuovamente. Possibile? Mi pare questionabile. Ma evidentemente non si può fare la controprova. In ogni caso il titolo italiano è sbagliato, l'originale The vow fa riferimento al giuramento matrimoniale (o come si chiama) che la coppia interpreta a suo modo, e che, essendo stato filmato, mostra alla smemorata quanto ci fosse qualcosa di forte tra i due.
Prima regia cinematografica, non particolarmente entusiasmante, di Michael Sucsy, colonna sonora in stile raccolta pop, giustificata dalla professione di lui, produttore musicale. In particolare ho gradito i Cure sui titoli di coda.
L'erba del vicino è sempre più verde
La sceneggiatura, basata su un pezzo teatrale, non è male ma ha qualche evidente difetto, la colonna sonora è scarsa, come non ci si aspetterebbe dalla regia di Stanley Donen, noto per cose come Singin' in the rain e Sette spose per sette fratelli.
La storia affronta un tema sempre comune, la relazione a corrente alterna tra UK e US (vedi ad esempio Un pesce di nome Wanda), e uno che in tempi recenti è diventato meno frequentato, l'infedeltà coniugale femminile.
Rispetto al secondo, è interessante l'uso del cuculo come riferimento insultante al marito cornuto (in inglese cuckhold, da cuckoo). Il povero uccello è sovraccaricato di significati negativi, per la pazzia vedi Qualcuno volò sul nido del cuculo, che qui viene interpretato in una variante più moderata (il gran nervosismo che a molti ispira il verso del suddetto volatile). C'è una scena in cui il marito cerca di eliminare il fastidioso uccello che sarà ripresa in un episodio della Pantera rosa, Uno sparo nel buio.
Una placidamente felice coppia inglese di aristocratici decaduti (Cary Grant e Deborah Kerr) si vede sconvolgere l'esistenza dall'ingresso nella loro vita di un milionario americano (Robert Mitchum). Questi si prende una cotta a prima vista per la Kerr, che lei ricambia appassionatamente ma con qualche titubanza.
Jean Simmons è una ricca divorziata londinese, amica dei due ed ex di Grant su cui ha ancora qualche speranza.
Mitchum è ingessato, costretto in un ruolo mal scritto di un personaggio troppo bidimensionale per convincere. La Simmons, al contrario, splende nonostante l'esiguità delle battute a sua disposizione. Non la migliore interpretazione per la Kerr, anche lei tarpata da un personaggio poco sviluppato. Dunque a reggere gran parte del peso dello sviluppo resta un Cary Grant in gran forma, marito che non si rassegna alla possibile perdita della moglie e riesce a far valere i suoi (pochi) punti forti, tra cui il fedele maggiordomo (ruolo che avrebbe meritato una interpretazione di maggior peso), nei confronti di quello che sembrerebbe lo scontato vincitore. In un certo senso ricalca il ruolo che aveva coperto in Scandalo a Filadelfia, ma il paragone non va a favore di questo titolo.
Bizzarri i titoli di testa, dove il cast artistico e tecnico è interpretato da una sfilza di poppanti, idea di Maurice Binder che diventerà famoso per il suo lavoro nella serie di James Bond.
La storia affronta un tema sempre comune, la relazione a corrente alterna tra UK e US (vedi ad esempio Un pesce di nome Wanda), e uno che in tempi recenti è diventato meno frequentato, l'infedeltà coniugale femminile.
Rispetto al secondo, è interessante l'uso del cuculo come riferimento insultante al marito cornuto (in inglese cuckhold, da cuckoo). Il povero uccello è sovraccaricato di significati negativi, per la pazzia vedi Qualcuno volò sul nido del cuculo, che qui viene interpretato in una variante più moderata (il gran nervosismo che a molti ispira il verso del suddetto volatile). C'è una scena in cui il marito cerca di eliminare il fastidioso uccello che sarà ripresa in un episodio della Pantera rosa, Uno sparo nel buio.
Una placidamente felice coppia inglese di aristocratici decaduti (Cary Grant e Deborah Kerr) si vede sconvolgere l'esistenza dall'ingresso nella loro vita di un milionario americano (Robert Mitchum). Questi si prende una cotta a prima vista per la Kerr, che lei ricambia appassionatamente ma con qualche titubanza.
Jean Simmons è una ricca divorziata londinese, amica dei due ed ex di Grant su cui ha ancora qualche speranza.
Mitchum è ingessato, costretto in un ruolo mal scritto di un personaggio troppo bidimensionale per convincere. La Simmons, al contrario, splende nonostante l'esiguità delle battute a sua disposizione. Non la migliore interpretazione per la Kerr, anche lei tarpata da un personaggio poco sviluppato. Dunque a reggere gran parte del peso dello sviluppo resta un Cary Grant in gran forma, marito che non si rassegna alla possibile perdita della moglie e riesce a far valere i suoi (pochi) punti forti, tra cui il fedele maggiordomo (ruolo che avrebbe meritato una interpretazione di maggior peso), nei confronti di quello che sembrerebbe lo scontato vincitore. In un certo senso ricalca il ruolo che aveva coperto in Scandalo a Filadelfia, ma il paragone non va a favore di questo titolo.
Bizzarri i titoli di testa, dove il cast artistico e tecnico è interpretato da una sfilza di poppanti, idea di Maurice Binder che diventerà famoso per il suo lavoro nella serie di James Bond.
Un anno da leoni
Il brutto titolo italiano e la data di uscita nelle nostre sale dice molto sulle bassissime aspettative della distribuzione nazionale su questa simpatica commedia che, invece, avrebbe meritato maggior fiducia. Il titolo strizza un occhio alla serie degli hangover, con cui non ha nulla a cui spartire, e anche il trailer rimonta la vicenda facendo sembrare che il film sia altro da quello che è, e perdipiù spoilerando peggio di me quando non mi trattengo.
Non credo che il cattivo risultato sul mercato americano abbia sorpreso nessuno, sorprendente piuttosto che la produzione abbia deciso di investire qualche decina di milioni di dollari sapendo in anticipo che il ritorno sarebbe stato limitato. Penso che si sia trattato di una specie di regalo al regista, David Frankel, come riconoscimento per le vagonate di soldi che ha generato con i due precedenti Il diavolo veste Prada e Io & Marley.
La storia è infatti simile al Diavolo, ma qui vengono tirate le conseguenze fino in fondo, e viene l'assurdità di uno stile di vita ipercompetitivo e fine a sé stesso. Abbiamo quindi che a vincere qui sono personaggi normalmente etichettati come perdenti. E, ancora peggio (per un certo tipo di spettatore), la loro vittoria assomiglia stranamente ad una sconfitta. Per non dire poi che il vincitore scopre nel modo più amaro che si possa immaginare, quanto la vittoria possa essere la peggiore delle sconfitte.
Si potrebbe fare un parallelo con Campioni di razza, dove sono i cani al centro dell'interesse degli umani, ma quello è un mockumentary a basso costo, qui invece siamo nel campo della commedia classica, e la passione dominante dei protagonisti è quella per il birdwatching. La storia è così strana che è basata su fatti reali, che sono travisati, adattati, rivoluzionati alle esigenze della sceneggiatura, regia, e cast, come viene messo ben in chiaro sin dall'inizio. Fatto è che negli USA esiste un bizzarro campionato che consiste nel guardare quante più specie di uccelli nel corso dell'intero anno solare. I tre personaggi principali sono il campione in carica (Owen Wilson), un nerd che non ha mai concluso niente in vita sua (Jack Black) e un anziano uomo d'affari che di cose ne ha concluse fin troppe, ma gli è venuto come il dubbio che non siano state quelle giuste (Steve Martin).
E se non bastassero i protagonisti, c'è una coorte di comprimari da lasciare basiti. Rosamund Pike è la moglie di Wilson, e vorrebbe farci un figlio assieme; Dianne Wiest è la madre di Black; JoBeth Williams è la paziente moglie di Martin; Rashida Jones è una birdwatcher abile nel replicare i versi di uccelli (Black ha il dono opposto, li riconosce praticamente tutti); Kevin Pollak è un sottoposto di Martin, e farebbe di tutto per non farlo andare in pensione; Anjelica Huston capitana una nave che porta i birdwatcher a spasso alla ricerca di golosi avvistamenti; Jim Parsons un amico persino più nerd di Black; eccetera.
La regia, a dire il vero, è lontana dalla perfezione, ma lascia correre bene la scenggiatura (Howard Franklin) che del resto fa buon uso delle caratteristiche dei protagonisti, per cui Steve Martin, Owen Wilson, e Jack Black si comportano esattamente come ci potremmo aspettare, e corre lungo i binari del logico sviluppo delle premesse per arrivare all'attesa conclusione.
Non poteva mancare la citazione a Gli uccelli di Alfred Hitchcock, ma è la colonna sonora che è un vero e proprio festival avicolo, fra cui ricorderei l'accenno solo strumentale a Blackbird dei Beatles - album bianco.
Non credo che il cattivo risultato sul mercato americano abbia sorpreso nessuno, sorprendente piuttosto che la produzione abbia deciso di investire qualche decina di milioni di dollari sapendo in anticipo che il ritorno sarebbe stato limitato. Penso che si sia trattato di una specie di regalo al regista, David Frankel, come riconoscimento per le vagonate di soldi che ha generato con i due precedenti Il diavolo veste Prada e Io & Marley.
La storia è infatti simile al Diavolo, ma qui vengono tirate le conseguenze fino in fondo, e viene l'assurdità di uno stile di vita ipercompetitivo e fine a sé stesso. Abbiamo quindi che a vincere qui sono personaggi normalmente etichettati come perdenti. E, ancora peggio (per un certo tipo di spettatore), la loro vittoria assomiglia stranamente ad una sconfitta. Per non dire poi che il vincitore scopre nel modo più amaro che si possa immaginare, quanto la vittoria possa essere la peggiore delle sconfitte.
Si potrebbe fare un parallelo con Campioni di razza, dove sono i cani al centro dell'interesse degli umani, ma quello è un mockumentary a basso costo, qui invece siamo nel campo della commedia classica, e la passione dominante dei protagonisti è quella per il birdwatching. La storia è così strana che è basata su fatti reali, che sono travisati, adattati, rivoluzionati alle esigenze della sceneggiatura, regia, e cast, come viene messo ben in chiaro sin dall'inizio. Fatto è che negli USA esiste un bizzarro campionato che consiste nel guardare quante più specie di uccelli nel corso dell'intero anno solare. I tre personaggi principali sono il campione in carica (Owen Wilson), un nerd che non ha mai concluso niente in vita sua (Jack Black) e un anziano uomo d'affari che di cose ne ha concluse fin troppe, ma gli è venuto come il dubbio che non siano state quelle giuste (Steve Martin).
E se non bastassero i protagonisti, c'è una coorte di comprimari da lasciare basiti. Rosamund Pike è la moglie di Wilson, e vorrebbe farci un figlio assieme; Dianne Wiest è la madre di Black; JoBeth Williams è la paziente moglie di Martin; Rashida Jones è una birdwatcher abile nel replicare i versi di uccelli (Black ha il dono opposto, li riconosce praticamente tutti); Kevin Pollak è un sottoposto di Martin, e farebbe di tutto per non farlo andare in pensione; Anjelica Huston capitana una nave che porta i birdwatcher a spasso alla ricerca di golosi avvistamenti; Jim Parsons un amico persino più nerd di Black; eccetera.
La regia, a dire il vero, è lontana dalla perfezione, ma lascia correre bene la scenggiatura (Howard Franklin) che del resto fa buon uso delle caratteristiche dei protagonisti, per cui Steve Martin, Owen Wilson, e Jack Black si comportano esattamente come ci potremmo aspettare, e corre lungo i binari del logico sviluppo delle premesse per arrivare all'attesa conclusione.
Non poteva mancare la citazione a Gli uccelli di Alfred Hitchcock, ma è la colonna sonora che è un vero e proprio festival avicolo, fra cui ricorderei l'accenno solo strumentale a Blackbird dei Beatles - album bianco.
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