Remake americano del film di Tornatore del '90. Lì il protagonista era Marcello Mastroianni qui Robert De Niro. La regia di Kirk Jones vira un po' più sui toni drammatici (con lieto fine obbligato), ma tutto sommato si può dire che lo spirito della scenggiatura originale viene mantenuto.
In un certo senso ricorda un po' A proposito di Schmidt, protagonista rimasto vedovo che fa i conti con la sua vita e che praticamente ruba la scena a tutti gli altri (lì a primeggiare era Nicholson). Essendo la sceneggiatura originale italiana, qui il peso della famiglia è però maggiore.
Resto del cast adeguato (Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rockwell), piacevole colonna di Dario Marianelli con un notevole extra firmato (e cantato) addirittura da Paul McCartney in chiusura del film.
La zona grigia
Debolmente basato sul racconto della propria esperienza da parte di un medico ungherese di origine ebrea che ha collaborato con Mengele agli esperimenti nei campi di sterminio nazista. Tim Blake Nelson (più noto come attore, era Delmar in Fratello, dove sei? dei Cohen) ne ha tratto prima un pezzo teatrale e poi la sceneggiatura al film di cui parlo qui, che ha pure diretto.
Come ci dice nella featurette allegata al DVD, Blake Nelson ha avuto l'idea da Primo Levi, che appunto parlava di zona grigia e del problema di come molti si adattino al male, anche solo per avere una piccola speranza di vita, quando il resto viene a mancare.
Pur essendo un tema molto interessante, lo sviluppo filmico non mi pare dei migliori. Vedendolo, e ancora all'oscuro della sua origine, mi veniva da pensare che avrebbe reso meglio a teatro. Volendolo proprio portare sullo schermo, avrei visto bene una messa in scena più estremista, alla Dogma 95, e a dire il vero, per gli standard americani, mi sembra quasi che siano andati abbastanza in quella direzione - in particolare la colonna sonora è praticamente assente (spesso sostituita da un cupo rumore di fondo), i colori sono molto sbiaditi, gli effetti speciali ridotti al minimo.
Il cast, non strepitoso ma accettabile, include il più piccolo degli Arquette (David), Mira Sorvino, Steve Buscemi e un Harvey Keitel sottotono (non ho capito bene di chi sia stata l'idea di farlo recitare con un bizzarro accento pseudotedesco - ma chiunque l'ha avuta, ha sbagliato).
Come ci dice nella featurette allegata al DVD, Blake Nelson ha avuto l'idea da Primo Levi, che appunto parlava di zona grigia e del problema di come molti si adattino al male, anche solo per avere una piccola speranza di vita, quando il resto viene a mancare.
Pur essendo un tema molto interessante, lo sviluppo filmico non mi pare dei migliori. Vedendolo, e ancora all'oscuro della sua origine, mi veniva da pensare che avrebbe reso meglio a teatro. Volendolo proprio portare sullo schermo, avrei visto bene una messa in scena più estremista, alla Dogma 95, e a dire il vero, per gli standard americani, mi sembra quasi che siano andati abbastanza in quella direzione - in particolare la colonna sonora è praticamente assente (spesso sostituita da un cupo rumore di fondo), i colori sono molto sbiaditi, gli effetti speciali ridotti al minimo.
Il cast, non strepitoso ma accettabile, include il più piccolo degli Arquette (David), Mira Sorvino, Steve Buscemi e un Harvey Keitel sottotono (non ho capito bene di chi sia stata l'idea di farlo recitare con un bizzarro accento pseudotedesco - ma chiunque l'ha avuta, ha sbagliato).
Don Juan De Marco
Al titolo originale, Don Juan DeMarco, i distributori italiani hanno aggiunto "maestro d'amore" di cui si sarebbe potuto volentieri fare a meno.
Scritto e diretto da Jeremy Leven, più portato alla scrittura che alla regia (fra l'altro sta per uscire la sua opera seconda come regista - Girl on a bycicle - dove il protagonista dovrebbe essere Vincenzo Amato, spero che nel frattempo abbia migliorato le sue capacità nel campo) si avvale di un cast da favola: Johnny Depp, Marlon Brando, Faye Dunaway e persino Jo Champa (vabbè, scherzo, una particina da sultana per lei).
La storia non è male, ambientazione contemporanea, Depp si crede Don Giovanni e inscena un tentato suicidio per attirare attenzione sul suo caso, Brando è lo strizza sull'orlo del pensionamento che lo convince a scendere dal cornicione, e lo prende in cura. La Dunaway è la moglie (piuttosto trascurata) di Brando. Il film alterna la realtà alla fantasia di Depp - che parla con uno spiccato accento spagnolo. Una regia migliore avrebbe reso un miglior servizio al film. E se ne avessi avuto modo, avrei pure suggerito di cambiare la colonna sonora.
Legame assolutamente casuale con Out of sight, che ho visto ieri: lì protagonista JLo, qui particina per Selena. Nel 1997 JLo intepreta Selena nel film omonimo.
Scritto e diretto da Jeremy Leven, più portato alla scrittura che alla regia (fra l'altro sta per uscire la sua opera seconda come regista - Girl on a bycicle - dove il protagonista dovrebbe essere Vincenzo Amato, spero che nel frattempo abbia migliorato le sue capacità nel campo) si avvale di un cast da favola: Johnny Depp, Marlon Brando, Faye Dunaway e persino Jo Champa (vabbè, scherzo, una particina da sultana per lei).
La storia non è male, ambientazione contemporanea, Depp si crede Don Giovanni e inscena un tentato suicidio per attirare attenzione sul suo caso, Brando è lo strizza sull'orlo del pensionamento che lo convince a scendere dal cornicione, e lo prende in cura. La Dunaway è la moglie (piuttosto trascurata) di Brando. Il film alterna la realtà alla fantasia di Depp - che parla con uno spiccato accento spagnolo. Una regia migliore avrebbe reso un miglior servizio al film. E se ne avessi avuto modo, avrei pure suggerito di cambiare la colonna sonora.
Legame assolutamente casuale con Out of sight, che ho visto ieri: lì protagonista JLo, qui particina per Selena. Nel 1997 JLo intepreta Selena nel film omonimo.
Out of sight
Divertente commedia dai toni piuttosto movimentati che però ha qualcosa, che non riesco a ben definire, che non va.
La storia è di Elmore Leonard (da suoi scritti derivano anche Get Shorty e Jackie Brown) ed è stata trasformata in sceneggiatura da Scott Frank che ci ha appiccicato un finale holliwoodiano per far felice la produzione - come narrato nella piacevole featurette allegata al DVD.
La regia è di Steven Soderbergh che, come spesso accade, esagera un po' nel metterci un tocco personale. Fermi immagine, flash back, cambi di scena inaspettati. Tutto OK, ma forse se li usava con più parsimonia il risultato era migliore. Bizzarra la lunga scena in cui i due protagonisti, George Clooney e Jennifer Lopez, fanno conoscenza nel bagagliaio di una macchina.
Clooney è un rapinatore di banche e di cuori femminili - ruolo che gli calza a pennello; JLo una poliziotta - meno credibile ma sufficientemente affascinante. Si piacciono ma sono irreparabilmente su diverse sponde. E il finale (vero) è la fine della loro storia. Fortuna che per il pubblico amante dell'happy ending c'è il post-finale di cui si accennava sopra in cui si lascia spazio alla speranza.
Buono il cast, alternanza di temi che tiene desta l'attenzione, si viaggia dalla calda Miami (dominata dal giallo) alla fredda Detroit (in blu), brevi apparizioni di Michael Keaton, nei panni di un agente FBI a basso livello intellettivo, e di Samuel L.Jackson galeotto uso all'evasione.
La storia è di Elmore Leonard (da suoi scritti derivano anche Get Shorty e Jackie Brown) ed è stata trasformata in sceneggiatura da Scott Frank che ci ha appiccicato un finale holliwoodiano per far felice la produzione - come narrato nella piacevole featurette allegata al DVD.
La regia è di Steven Soderbergh che, come spesso accade, esagera un po' nel metterci un tocco personale. Fermi immagine, flash back, cambi di scena inaspettati. Tutto OK, ma forse se li usava con più parsimonia il risultato era migliore. Bizzarra la lunga scena in cui i due protagonisti, George Clooney e Jennifer Lopez, fanno conoscenza nel bagagliaio di una macchina.
Clooney è un rapinatore di banche e di cuori femminili - ruolo che gli calza a pennello; JLo una poliziotta - meno credibile ma sufficientemente affascinante. Si piacciono ma sono irreparabilmente su diverse sponde. E il finale (vero) è la fine della loro storia. Fortuna che per il pubblico amante dell'happy ending c'è il post-finale di cui si accennava sopra in cui si lascia spazio alla speranza.
Buono il cast, alternanza di temi che tiene desta l'attenzione, si viaggia dalla calda Miami (dominata dal giallo) alla fredda Detroit (in blu), brevi apparizioni di Michael Keaton, nei panni di un agente FBI a basso livello intellettivo, e di Samuel L.Jackson galeotto uso all'evasione.
Il paradiso può attendere
Gli anni settanta trasudano da ogni bit di questo DVD. Ad esempio la colonna sonora (e qui il responsabile è Dave Grusin) mi fa pensare a Charlie's Angels. E questo nei suoi momenti migliori.
Il film è costruito attorno a Warren Beatty, che cura la regia (assieme a Buck Henry - nessuno dei due con gran esperienza nella materia, e si vede), produzione, ha scritto la sceneggiatura (assieme a Elaine May - per me indimenticabile nel ruolo di Enrichetta in E' ricca la sposo e la ammazzo) ed è il protagonista del film. In realtà il protagonista, secondo i piani di Beatty, sarebbe dovuto essere Mohamed Ali, ma dato che non aveva tempo da dedicare al cinema, Beatty alla fine decise di rivoluzionare la sceneggiatura e pigliarsi lui il ruolo principale.
Già, perché si tratta del remake di un film degli anni 40, L'inafferrabile signor Jordan (Here comes Mr. Jordan) che era ambientato nel mondo del pugilato. Il titolo originale, invece, è lo stesso di una commedia di Lubitsch basato su una storia completamente differente. Questa strana coppia di film, accumunati solo dal titolo, m'è tornata in mente vedendo Hostage, film in cui delle informazioni vengono messe in un CD e occultate dentro la copertina di un DVD di Heaven can wait. E dato che quella collezione di DVD contiene entrambi i titoli si crea una ambiguità.
La storia, a ben vedere, è basata su uno dei canoni tipici del cinema americano: se il protagonista vuole ottenere qualcosa, non ci piove, prima dei titoli di coda lo raggiunge. Anche se, come in questo caso, deve morire un paio di volte per farcela. Però la sceneggiatura è ben scritta e le parti sono ben recitate, il che dà al film qualche cosa in più di altri che, a ben vedere, sono molto simili.
A parte Beatty, ad una delle sue ultime interpretazioni, il cast include Julie Christie (che per me sarà sempre Andromeda, personaggio chiave di una vecchissima serie televisiva inglese - qui nella parte poco rilevante della donna che fa innamorare il protagonista), Charles Grodin e Dyan Cannon, nella ben disegnata parte di una coppia di amanti fedifraghi, Buck Henry stesso, nella parte di una sorta di angelo custode (imbrazzantemente chiamato "escort" in originale - altri tempi), Jack Warden, l'allenatore del protagonista, che finisce per essere un elemento di raccordo nella intera vicenda, e per finire James Mason (il cattivissimo di Intrigo internazionale) qui nella parte del supervisore allo smistamento di quella che è la strana idea di paradiso che si è immaginato Harry Segall chi ha scritto il soggetto originale.
Il film è costruito attorno a Warren Beatty, che cura la regia (assieme a Buck Henry - nessuno dei due con gran esperienza nella materia, e si vede), produzione, ha scritto la sceneggiatura (assieme a Elaine May - per me indimenticabile nel ruolo di Enrichetta in E' ricca la sposo e la ammazzo) ed è il protagonista del film. In realtà il protagonista, secondo i piani di Beatty, sarebbe dovuto essere Mohamed Ali, ma dato che non aveva tempo da dedicare al cinema, Beatty alla fine decise di rivoluzionare la sceneggiatura e pigliarsi lui il ruolo principale.
Già, perché si tratta del remake di un film degli anni 40, L'inafferrabile signor Jordan (Here comes Mr. Jordan) che era ambientato nel mondo del pugilato. Il titolo originale, invece, è lo stesso di una commedia di Lubitsch basato su una storia completamente differente. Questa strana coppia di film, accumunati solo dal titolo, m'è tornata in mente vedendo Hostage, film in cui delle informazioni vengono messe in un CD e occultate dentro la copertina di un DVD di Heaven can wait. E dato che quella collezione di DVD contiene entrambi i titoli si crea una ambiguità.
La storia, a ben vedere, è basata su uno dei canoni tipici del cinema americano: se il protagonista vuole ottenere qualcosa, non ci piove, prima dei titoli di coda lo raggiunge. Anche se, come in questo caso, deve morire un paio di volte per farcela. Però la sceneggiatura è ben scritta e le parti sono ben recitate, il che dà al film qualche cosa in più di altri che, a ben vedere, sono molto simili.
A parte Beatty, ad una delle sue ultime interpretazioni, il cast include Julie Christie (che per me sarà sempre Andromeda, personaggio chiave di una vecchissima serie televisiva inglese - qui nella parte poco rilevante della donna che fa innamorare il protagonista), Charles Grodin e Dyan Cannon, nella ben disegnata parte di una coppia di amanti fedifraghi, Buck Henry stesso, nella parte di una sorta di angelo custode (imbrazzantemente chiamato "escort" in originale - altri tempi), Jack Warden, l'allenatore del protagonista, che finisce per essere un elemento di raccordo nella intera vicenda, e per finire James Mason (il cattivissimo di Intrigo internazionale) qui nella parte del supervisore allo smistamento di quella che è la strana idea di paradiso che si è immaginato Harry Segall chi ha scritto il soggetto originale.
Antwone Fisher
Vagamente riconducibile ad una vicenda reale che, nel gergo di Hollywood si traduce con "una storia vera".
Primo film alla regia per Denzel Washington, che si tiene pure il ruolo di coprotagonista. Una buona regia media, niente di sensazionale, niente di terribile. La scena finale è un po' involontariamente umoristica, molto suona già visto (che me lo sia effettivamente già visto e dimenticato? possibile anche questo), ma mi pare apprezzabile il tentativo di dare uno spessore universale ad una storia che poteva rischiare di diventare for black only.
Primo ruolo importante per Derek Luke, nei panni di Fisher. La prima donna è Joy Bryant, a cui resta naturalmente ben poco spazio.
Sceneggiatura scritta dallo stesso Antwone Fisher, che si è preso molte libertà nel narrare la sua drammatica vicenda. Il succo però lo ha tenuto: ha avuto una infanzia terribile, e si è salvato dal diventare un delinquente anche grazie all'incontro con uno strizza (Washington) che è riuscito a fare bene il suo lavoro.
Tra le cose interessanti del film, va segnalata la notazione del fatto che lo strizza dice che il lavoro che ha fatto su Fish (come viene soprannominato il protagonista) è andato anche a suo vantaggio - aspetto questo che in genere viene trascurato.
Primo film alla regia per Denzel Washington, che si tiene pure il ruolo di coprotagonista. Una buona regia media, niente di sensazionale, niente di terribile. La scena finale è un po' involontariamente umoristica, molto suona già visto (che me lo sia effettivamente già visto e dimenticato? possibile anche questo), ma mi pare apprezzabile il tentativo di dare uno spessore universale ad una storia che poteva rischiare di diventare for black only.
Primo ruolo importante per Derek Luke, nei panni di Fisher. La prima donna è Joy Bryant, a cui resta naturalmente ben poco spazio.
Sceneggiatura scritta dallo stesso Antwone Fisher, che si è preso molte libertà nel narrare la sua drammatica vicenda. Il succo però lo ha tenuto: ha avuto una infanzia terribile, e si è salvato dal diventare un delinquente anche grazie all'incontro con uno strizza (Washington) che è riuscito a fare bene il suo lavoro.
Tra le cose interessanti del film, va segnalata la notazione del fatto che lo strizza dice che il lavoro che ha fatto su Fish (come viene soprannominato il protagonista) è andato anche a suo vantaggio - aspetto questo che in genere viene trascurato.
Hostage
Dimenticabile. Infatti l'ho preso essendomi dimenticato di averlo già visto. Però la sua parte più memorabile sono proprio i titoli di testa e quindi mi sono accorto subito del mio errore.
Tutto sommato si tratta di un buon prodotto medio, alla regia c'è Florent Emilio Siri (ha fatto e penso farà di meglio) che, come spesso accade agli europei al loro primo film americano, credo sia stato fagocitato dalla macchina produttiva e per questo sia il motivo per cui ha messo poco di suo nel lavoro. Protagonista Bruce Willis che lascia ben poco spazio al resto del cast - tra cui Kevin Pollak, sottoutilizzato, e Ben Foster, in un ruolo che avrebbe dovuto essere sviluppato meglio.
Credo che il grosso problema del film stia nel fatto che lo sceneggiatore (Doug Richardson - Die hard 2, Bad boys) si è trovato davanti il lavoro improbo di ridurre un romanzo dalla struttura molto complessa e non sia riuscito a fare i tagli dolorosi ma necessari per tirarne fuori una storia che potesse essere narrata in un paio d'ore. Risultato: personaggi solo abbozzati, e situazioni semplificate al punto da diventare improbabili.
La storia principale è quella di Willis, un negoziatore della polizia di Los Angeles che, lo vediamo nei primi secondi del film, se la tira in maniera pazzesca e che deve essere molto in gamba. Solo che fa un errore di valutazione, probabilmente proprio perché se la tira troppo, e due ostaggi ci lasciano la pelle. Scoppia come la rana della favola, abbandona LA per un paesino inesistente (Bristo Camino) nell'interno - per la gioia della famiglia e soprattutto della figlia adolescente - dove si trova un posto come capo della monotona polizia locale.
Poi c'è la storia di una famigliola di Bristo, il padre (Pollak) ha una lussuosa casa da paranoico in un contesto selvaggio da favola e un mucchio di soldi di provenienza poco chiara.
La terza storia è quella di due fratelli, uno buonino, l'altro delinquentello, che viaggiano su uno scassato pickup. Il delinquentello fa amicizia con un natural born killer (Foster) che viaggia con loro.
Una quarta storia è quella di una potente organizzazione delinquenziale che usa Pollak come riferimento per riciclare i propri guadagni illeciti.
Le storie si intersecano lasciando una lunga scia di sangue sul terreno.
Con un tal materiale si sarebbe potuto pensare ad una serie televisiva, e forse il risultato sarebbe stato migliore.
Tutto sommato si tratta di un buon prodotto medio, alla regia c'è Florent Emilio Siri (ha fatto e penso farà di meglio) che, come spesso accade agli europei al loro primo film americano, credo sia stato fagocitato dalla macchina produttiva e per questo sia il motivo per cui ha messo poco di suo nel lavoro. Protagonista Bruce Willis che lascia ben poco spazio al resto del cast - tra cui Kevin Pollak, sottoutilizzato, e Ben Foster, in un ruolo che avrebbe dovuto essere sviluppato meglio.
Credo che il grosso problema del film stia nel fatto che lo sceneggiatore (Doug Richardson - Die hard 2, Bad boys) si è trovato davanti il lavoro improbo di ridurre un romanzo dalla struttura molto complessa e non sia riuscito a fare i tagli dolorosi ma necessari per tirarne fuori una storia che potesse essere narrata in un paio d'ore. Risultato: personaggi solo abbozzati, e situazioni semplificate al punto da diventare improbabili.
La storia principale è quella di Willis, un negoziatore della polizia di Los Angeles che, lo vediamo nei primi secondi del film, se la tira in maniera pazzesca e che deve essere molto in gamba. Solo che fa un errore di valutazione, probabilmente proprio perché se la tira troppo, e due ostaggi ci lasciano la pelle. Scoppia come la rana della favola, abbandona LA per un paesino inesistente (Bristo Camino) nell'interno - per la gioia della famiglia e soprattutto della figlia adolescente - dove si trova un posto come capo della monotona polizia locale.
Poi c'è la storia di una famigliola di Bristo, il padre (Pollak) ha una lussuosa casa da paranoico in un contesto selvaggio da favola e un mucchio di soldi di provenienza poco chiara.
La terza storia è quella di due fratelli, uno buonino, l'altro delinquentello, che viaggiano su uno scassato pickup. Il delinquentello fa amicizia con un natural born killer (Foster) che viaggia con loro.
Una quarta storia è quella di una potente organizzazione delinquenziale che usa Pollak come riferimento per riciclare i propri guadagni illeciti.
Le storie si intersecano lasciando una lunga scia di sangue sul terreno.
Con un tal materiale si sarebbe potuto pensare ad una serie televisiva, e forse il risultato sarebbe stato migliore.
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