Sconsigliata la visione a chi non apprezza la fantascienza. Inoltre credo che sia meglio vedersi prima la serie televisiva da cui il film è stato derivato (Firefly), altrimenti si corre il rischio di non capire un tubazzo di buona parte dell'azione.
Nel caso particolare, non avendo visto la serie, ho seguito con espressione perplessa l'apparizione e sparizione di personaggi secondari.
In realtà, anche considerando le attenuanti di cui sopra, non ho particolarmente apprezzato la visione.
La recitazione è a livello televisivo, il protagonista (Nathan Fillion) mi sembra tenti di emulare l'Harrison Ford di Guerre stellari. Sopra media m'è parso Chiwetel Ejiofor - ma non è che sia poi un gran complimento.
Considerando le cifre stratosferiche che sono in ballo per i film di fantascienza moderni questo, costato "solo" poche decine di milioni, viene considerato a basso costo. E in effetti gli effetti speciali fanno un po' ridere, ma non mi pare un problema, anzi, aggiunge un certo fascino retrò alla pellicola. Quello che non mi convince è la sceneggiatura (Joss Whedon, anche alla regia), che mi sembra inspirata dalle avventure di Capitan Harlock (Harlock, Harlock!), i personaggi stereotipati, le situazioni poco chiare (ma per questo, vedi le prime righe).
A salvare il tutto ci pensa un finale non banale, e una buona dose di autoironia.
Rango
Peccato che Duccio Tessari e Sergio Leone siano morti. Ennio Morricone da solo è di carattere troppo riservato per agire, e probabilmente non ci avrà fatto nemmeno caso. Però mi piace pensare ai tre che si riuniscono per tramare una qualche buffa vendetta nei confronti di Gore Verbinski, regista scopiazzatore impunito, coinvolgendo Giuliano Gemma e chissà chi altro.
Rango è un remake del cinema spaghetti-western (la citazione a Ringo è più che esplicita), con tutti i vari personaggi e situazioni di quel mondo stipati in un film di animazione che fa rimpiangere i bei tempi quando i soldi bastavano a malapena per arrivare agli ottanta minuti. Nel caso particolare, una bella sfoltita a metà pellicola non farebbe che del bene al film.
Vero è che un po' tutta l'animazione moderna punta molto sulle citazioni, ma secondo me John Logan (sceneggiatura) e associati hanno esagerato, mettendoci dentro un po' di tutto, compreso Apocalypse now e Star wars, finendo per diluire quello che sarebbe potuta essere una storia interessante con una serie di trovate che mi paiono fini a sé stesse.
Perché dopo tutto, a ben vedere, la storia non è malaccio, con il protagonista, una sorta di lucertola interpretata da Johnny Depp, che segue un suo percorso - abbandona (non intenzionalmente) una vita comoda ma vuota per affrontare un esistenza rischiosa ma reale; impara poi a non nascondersi dietro ad un personaggio ma ad agire per quello che è, scoprendo che il suo vero essere è forse anche meglio della sua maschera.
Rango è un remake del cinema spaghetti-western (la citazione a Ringo è più che esplicita), con tutti i vari personaggi e situazioni di quel mondo stipati in un film di animazione che fa rimpiangere i bei tempi quando i soldi bastavano a malapena per arrivare agli ottanta minuti. Nel caso particolare, una bella sfoltita a metà pellicola non farebbe che del bene al film.
Vero è che un po' tutta l'animazione moderna punta molto sulle citazioni, ma secondo me John Logan (sceneggiatura) e associati hanno esagerato, mettendoci dentro un po' di tutto, compreso Apocalypse now e Star wars, finendo per diluire quello che sarebbe potuta essere una storia interessante con una serie di trovate che mi paiono fini a sé stesse.
Perché dopo tutto, a ben vedere, la storia non è malaccio, con il protagonista, una sorta di lucertola interpretata da Johnny Depp, che segue un suo percorso - abbandona (non intenzionalmente) una vita comoda ma vuota per affrontare un esistenza rischiosa ma reale; impara poi a non nascondersi dietro ad un personaggio ma ad agire per quello che è, scoprendo che il suo vero essere è forse anche meglio della sua maschera.
Nessuna verità
Vincenda simile a quella narrata in Syriana, e un po' anche a quella di The kingdom ma più ingentilita e dotata di un improbabile lieto fine.
Lo metterei in posizione mediana, nel terzetto suddetto. Meglio di The kingdom (che punta più sull'aspetto muscolare/militare) ma inferiore a Syriana (meno consolatorio).
Il titolo italiano questa volta mi pare accettabile, anche se stravolge l'intraducibile titolo originale, Body of lies, che gioca sugli aspetti principali della vicenda: le menzogne e il lato umano. Sceneggiatura non originale di William Monahan e regia di Ridley Scott, entrambe non particolarmente convincenti.
Partita a tre tra Leonardo Di Caprio, operativo CIA in medio oriente, Russell Crowe, il suo responsabile strategico che opera prevalentemente da casa, e Mark Strong, capo dei servizi segreti giordani. Il vincitore mi pare sia proprio Strong che, pure non essendo esattamente credibile in quel ruolo (è inglese di origine italo/austriaca), mi sembra il più in palla tra i tre.
In pratica si racconta quanto sia ingarbugliata la situazione in medio oriente. I due americani fanno una serie di errori e il giordano ne approfitta per portare a casa il risultato.
Piacevole la colonna sonora arabeggiante.
Lo metterei in posizione mediana, nel terzetto suddetto. Meglio di The kingdom (che punta più sull'aspetto muscolare/militare) ma inferiore a Syriana (meno consolatorio).
Il titolo italiano questa volta mi pare accettabile, anche se stravolge l'intraducibile titolo originale, Body of lies, che gioca sugli aspetti principali della vicenda: le menzogne e il lato umano. Sceneggiatura non originale di William Monahan e regia di Ridley Scott, entrambe non particolarmente convincenti.
Partita a tre tra Leonardo Di Caprio, operativo CIA in medio oriente, Russell Crowe, il suo responsabile strategico che opera prevalentemente da casa, e Mark Strong, capo dei servizi segreti giordani. Il vincitore mi pare sia proprio Strong che, pure non essendo esattamente credibile in quel ruolo (è inglese di origine italo/austriaca), mi sembra il più in palla tra i tre.
In pratica si racconta quanto sia ingarbugliata la situazione in medio oriente. I due americani fanno una serie di errori e il giordano ne approfitta per portare a casa il risultato.
Piacevole la colonna sonora arabeggiante.
La strana coppia
Secondo episodio della lunga e felice collaborazione tra Jack Lemmon e Walter Matthau (Non per soldi ... ma per denaro è di due anni prima), qui alle prese con la trasposizione cinematografica di una tra le più fortunate commedie di Niel Simon. Purtroppo la regia (Gene Saks) non è eccezionale, e anche la sceneggiatura (sempre di Simon), a ben vedere, si limita a riproporre quasi alla lettera l'impostazione teatrale. In ogni caso si tratta di un ottima storia, ben raccontata e magistralmente interpretata sia da i due strepitosi interpreti principali, sia dal buon cast al contorno.
Si narra la storia del fallimento di due amici, Oscar (Matthau) ha divorziato da poco perché la moglie non riusciva a reggere più il suo carattere ruvido, lunatico, inaffidabile, scostante. Felix (Lemmon) viene mollato dalla moglie perché preciso all'impossibile, pieno di fissazioni, estremamente controllato e incapace di affrontare una qualunque circostanza senza vagliarla razionalmente. Oscar accoglie l'amico nel suo enorme appartamento nell'Upper West Side, dando vita così ad una breve ed impossibile convivenza tra due caratteri diametralmente opposti.
Il bello è che i due riescono ad imparare ognuno qualcosa dall'altro e nel finale intuiamo che probabilmente vivranno meglio.
Si narra la storia del fallimento di due amici, Oscar (Matthau) ha divorziato da poco perché la moglie non riusciva a reggere più il suo carattere ruvido, lunatico, inaffidabile, scostante. Felix (Lemmon) viene mollato dalla moglie perché preciso all'impossibile, pieno di fissazioni, estremamente controllato e incapace di affrontare una qualunque circostanza senza vagliarla razionalmente. Oscar accoglie l'amico nel suo enorme appartamento nell'Upper West Side, dando vita così ad una breve ed impossibile convivenza tra due caratteri diametralmente opposti.
Il bello è che i due riescono ad imparare ognuno qualcosa dall'altro e nel finale intuiamo che probabilmente vivranno meglio.
In viaggio con una rock start
Get him to the Greek, in originale. Dove il Greek theater è un arena che si trova a Los Angeles e ricalca per l'appunto la struttura di un teatro greco.
Commedia pop-rock che avrebbe delle potenzialità che mi paiono però stroncate dal mirare troppo in basso del regista-sceneggiatore (Nicholas Stoller).
Un ragazzotto imbranato (Jonah Hill) affascinato dal mondo della musica e che lavora per una label californiana concepisce l'idea di recuperare una star inglese in declino, tale Aldous Snow (un divertente Russell Brand), portandolo a fare un concerto al Greek, una sorta di bis dieci anni dopo. Ma costui è un tipo molto turbolento e Hill lo deve praticamente portare di peso da Londra a Los Angeles (via New York e Las Vegas).
Il personaggio di Snow era stato creato per Non mi scaricare, e decisamente meritava di essere sviluppato meglio. E, tutto sommato, qui fila. Ha uno spessore, è ben interpretato, ha una sua storia (che mi pare ricalcata su quella di Liam Gallagher, qui ancor più che nel film originario), diverte ed è pure interessante.
Il problema è nel personaggio che è toccato a Hill (era anche lui nel film precedente, ma lì era un cameriere alle Hawaii, mantenuta però la passione per Snow), che mi pare caratterizzato malamente. Il suo tratto caratteristico, per andare subito al punto, è quello di vomitare - e solitamente si vomita addosso.
Particina per Colm Meaney, nel ruolo del padre di Snow, e numerose apparizioni per personaggi come Christina Aguilera e Pink.
La demenzialità di alcune situazioni mi ricorda quella di This is Spinal tap che narrava con stile che diventerà noto in tempi recenti come mockumentary le vicende di una inesistente rock band inglese in tour negli USA.
Commedia pop-rock che avrebbe delle potenzialità che mi paiono però stroncate dal mirare troppo in basso del regista-sceneggiatore (Nicholas Stoller).
Un ragazzotto imbranato (Jonah Hill) affascinato dal mondo della musica e che lavora per una label californiana concepisce l'idea di recuperare una star inglese in declino, tale Aldous Snow (un divertente Russell Brand), portandolo a fare un concerto al Greek, una sorta di bis dieci anni dopo. Ma costui è un tipo molto turbolento e Hill lo deve praticamente portare di peso da Londra a Los Angeles (via New York e Las Vegas).
Il personaggio di Snow era stato creato per Non mi scaricare, e decisamente meritava di essere sviluppato meglio. E, tutto sommato, qui fila. Ha uno spessore, è ben interpretato, ha una sua storia (che mi pare ricalcata su quella di Liam Gallagher, qui ancor più che nel film originario), diverte ed è pure interessante.
Il problema è nel personaggio che è toccato a Hill (era anche lui nel film precedente, ma lì era un cameriere alle Hawaii, mantenuta però la passione per Snow), che mi pare caratterizzato malamente. Il suo tratto caratteristico, per andare subito al punto, è quello di vomitare - e solitamente si vomita addosso.
Particina per Colm Meaney, nel ruolo del padre di Snow, e numerose apparizioni per personaggi come Christina Aguilera e Pink.
La demenzialità di alcune situazioni mi ricorda quella di This is Spinal tap che narrava con stile che diventerà noto in tempi recenti come mockumentary le vicende di una inesistente rock band inglese in tour negli USA.
Non mi scaricare
Commedia sentimentale di ambiente vacanziero (Hawaii) non particolarmente memorabile, se non fosse per la presenza di Mila Kunis (anche se la ricordo più volentieri ne Il cigno nero) e per il bislacco personaggio di Aldous Snow, un cantante inglese vagamente riconducibile a Liam Gallagher degli ohimè disciolti Oasis (ben interpretato da Russell Brand).
Il protagonista, scialbo ragazzotto (Jason Segel - ha scritto anche la sceneggiatura) che campa scrivendo colonne sonore per telefilm, viene mollato dalla fidanzata, nota attrice televisiva. Va alle Hawaii per dimenticarla, ma finisce proprio nello stesso albergo dove lei alloggia con il suo nuovo uomo, una super-cool pop star. Il titolo originale, come spesso accade, spiega meglio la vicenda, Forgetting Sarah Marshall.
Da notare, tra i comprimari, la presenza di Jonah Hill perché, cambiando di ruolo, verrà recuperato nella sorta di sequel - o forse meglio chiamarlo spin-off - In viaggio con una rock star.
Il protagonista, scialbo ragazzotto (Jason Segel - ha scritto anche la sceneggiatura) che campa scrivendo colonne sonore per telefilm, viene mollato dalla fidanzata, nota attrice televisiva. Va alle Hawaii per dimenticarla, ma finisce proprio nello stesso albergo dove lei alloggia con il suo nuovo uomo, una super-cool pop star. Il titolo originale, come spesso accade, spiega meglio la vicenda, Forgetting Sarah Marshall.
Da notare, tra i comprimari, la presenza di Jonah Hill perché, cambiando di ruolo, verrà recuperato nella sorta di sequel - o forse meglio chiamarlo spin-off - In viaggio con una rock star.
Crank: High Voltage
Dopo approfondita riflessione, seguita alla visione del primo episodio della serie (si vocifera di una terza puntata), ho deciso di evitare questo titolo. Mi accontento del trailer:
Che, come riassunto, mi pare bastante. Stessi registi/sceneggiatori (Mark Neveldine / Brian Taylor), stessi personaggi principali (con Jason Statham sempre protagonista), stesso andazzo generale - solo che adesso invece dell'adrenalina la "benzina" che fa andare avanti il protagonista è energia elettrica. Da cui il titolo.
Sembra anche che sia persino divertente, in quel modo scombinato e vacuo del primo episodio, ma direi che uno basta.
Che, come riassunto, mi pare bastante. Stessi registi/sceneggiatori (Mark Neveldine / Brian Taylor), stessi personaggi principali (con Jason Statham sempre protagonista), stesso andazzo generale - solo che adesso invece dell'adrenalina la "benzina" che fa andare avanti il protagonista è energia elettrica. Da cui il titolo.
Sembra anche che sia persino divertente, in quel modo scombinato e vacuo del primo episodio, ma direi che uno basta.
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