Qualche decennio fa il ruolo del protagonista sarebbe andato da Walter Matthau, ora nel ruolo dell'anziano, burbero, trasandato, petulante newyorkese dei sobborghi che domina la pellicola c'è Bill Murray, ma la sostanza non cambia. La regia di Theodore Melfi (sua anche la sceneggiatura) ha qualche debolezza, forse anche perché è il suo primo vero lungometraggio, che non rovina però il risultato complessivo grazie anche all'ottima prova di recitazione di tutto il cast, incluso il giovane Jaeden Lieberher, ennesimo ragazzino che sembra destinato ad una lunga carriera cinematografica.
Si potrebbe raccontare tutta la storia senza temere di rovinare la sorpresa a nessuno, anche perché la sorpresa più grossa è spoilerata già dal titolo. Ma non è certo un difetto in questo tipo di film, che mira più a rassicurarci piuttosto che a stupirci. Vincent (Murray) è una brutta persona, gran consumatore di alcolici, taccheggiatore, frequentatore di posti malfamati, con una relazione a pagamento con Daka (Naomi Watts), una prostituta russa che esercita nonostante sia molto incinta. Ha problemi di soldi, si è completamente lasciato andare, e intuiamo che sia in pieno count down finale.
Succede però che Maggie (Melissa McCarthy) e suo figlio Oliver (Lieberher) si trasferiscono nella casetta accanto, e tra ragazzino e vecchiaccio nasce una strana amicizia che porta ad entrambi, anzi un po' a tutti quanti, alcuni vantaggi. Siamo dalla parti di Babbo Bastardo, tanto per intenderci.
A supporto della vicenda principale ci sono alcune trame secondarie relative alla moglie di Vincent, e alla di lui passione per le scommesse per i cavalli, con relativi problemi di debiti nei confronti del suo booker (niente meno che Terrence Howard). Oliver, dal canto suo, porta al film anche i suoi problemi di adattamento nella suo nuova scuola, dove Chris O'Dowd, nei panni di un bizzarro prete cattolico, insegna insegna religione a ragazzini con le più diverse credenze.
Si procede in bilico tra commedia e dramma, ma alla fine tutto finisce (abbastanza) bene, con Vincent che massacra affettuosamente Shelter from the storm di Bob Dylan sui titoli di coda.
I 39 scalini
Sembra un po' un incrocio tra L'uomo che sapeva troppo dell'anno prima (o di venti anni dopo, nella seconda versione) e Intrigo internazionale. Anche se un po' tutto il cinema di Alfred Hitchcock ha la stessa aria di famiglia. Una volta entrati nel suo mondo ci si accorge che anche i film più diversi hanno tutti un qualcosa che li collega tra loro.
Richard Hannay (Robert Donat) è un canadese a Londra per affari. Per ingannare il tempo va a teatro dove, tra l'altro, si esibisce Mister Memory (Wylie Watson), un tale che, quasi come il Funes di Jorge Luis Borges, ricorda tutto, con una precisione inquietante. Nel mezzo dello spettacolo succede un mezzo parapiglia, e una donna piacente e misteriosa dall'accento piuttosto germanico (Lucie Mannheim) lo aggancia e gli chiede di ospitalità.
Trattasi di una spia che sta cercando disperatamente di sfuggire dalle grinfie di una organizzazione rivale, dal buffo nome che dà il titolo al film (da noi noto anche come Il club dei 39), che la vuole morta in quanto a conoscenza di qualcosa che stanno facendo che porterebbe molto danno al Regno Unito. Lei crede che il diversivo a teatro e la sua fuga all'inglese col canadese li abbia sviati, ma si sbaglia.
I diabolici 39 la eliminano e fanno in modo di far cadere la colpa su Hannay. A questo punto l'unico modo che il nostro eroe controvoglia ha per chiarire la sua posizione è esporre la loro trama. Il che non è molto facile, visto che lui sa ben poco di quello che sta accadendo, e che la polizia britannica è sulle sue tracce.
Cerca aiuto in un'altra bella donna di passaggio, Pamela (Madeleine Carroll), ma costei lo ricambia denunciandolo per ben due volte ai suoi inseguitori. Fortuna vuole che Pamela capisca il suo errore in tempo, e finisca per aiutarlo a risolvere l'intrico.
La scarsa plausibilità della storia passa completamente in secondo piano grazie al tocco lieve del Maestro che alterna piacevolmente toni da film spionistico con quelli da commedia romantica, farcendo la narrazione di quadretti con personaggi secondari che, pur avendo ognuno a disposizione solo poco tempo, riescono a guadagnarsi l'attenzione dello spettatore.
Richard Hannay (Robert Donat) è un canadese a Londra per affari. Per ingannare il tempo va a teatro dove, tra l'altro, si esibisce Mister Memory (Wylie Watson), un tale che, quasi come il Funes di Jorge Luis Borges, ricorda tutto, con una precisione inquietante. Nel mezzo dello spettacolo succede un mezzo parapiglia, e una donna piacente e misteriosa dall'accento piuttosto germanico (Lucie Mannheim) lo aggancia e gli chiede di ospitalità.
Trattasi di una spia che sta cercando disperatamente di sfuggire dalle grinfie di una organizzazione rivale, dal buffo nome che dà il titolo al film (da noi noto anche come Il club dei 39), che la vuole morta in quanto a conoscenza di qualcosa che stanno facendo che porterebbe molto danno al Regno Unito. Lei crede che il diversivo a teatro e la sua fuga all'inglese col canadese li abbia sviati, ma si sbaglia.
I diabolici 39 la eliminano e fanno in modo di far cadere la colpa su Hannay. A questo punto l'unico modo che il nostro eroe controvoglia ha per chiarire la sua posizione è esporre la loro trama. Il che non è molto facile, visto che lui sa ben poco di quello che sta accadendo, e che la polizia britannica è sulle sue tracce.
Cerca aiuto in un'altra bella donna di passaggio, Pamela (Madeleine Carroll), ma costei lo ricambia denunciandolo per ben due volte ai suoi inseguitori. Fortuna vuole che Pamela capisca il suo errore in tempo, e finisca per aiutarlo a risolvere l'intrico.
La scarsa plausibilità della storia passa completamente in secondo piano grazie al tocco lieve del Maestro che alterna piacevolmente toni da film spionistico con quelli da commedia romantica, farcendo la narrazione di quadretti con personaggi secondari che, pur avendo ognuno a disposizione solo poco tempo, riescono a guadagnarsi l'attenzione dello spettatore.
La pericolosa partita
Poco noto da noi, più popolare negli USA, al punto che era citato in Zodiac assumendo che lo spettatore sapesse bene di cosa si stesse parlando.
La sceneggiatura è basata su di un racconto di Richard Connell risalente al decennio precedente, e come tale intriso dell'atmosfera degli anni venti. The most dangerous game, più correttamente tradotto in italiano come La preda più pericolosa, è alla base anche di una riduzione radiofonica di Orson Welles che sembra aver mantenuto lo spirito iniziale.
Questa versione cinematografica ha invece modificato personaggi e introdotto varianti piuttosto inconsistenti nello sviluppo dell'azione per riciclare attori e scenari del King Kong che sarebbe uscito l'anno dopo. Si tratta infatti di un film a bassissimo costo, girato nei ritagli di tempo lasciati dalla produzione principale, puntando su atmosfere tra il pulp, il gotico e l'horror. A vederlo oggi fa ridere, ma ai tempi era risultato così eccessivo che dopo la prima uscita si è deciso di tagliare il quarto d'ora di pellicola più raccapricciante per limitare il disgusto del pubblico.
Bob (Joel McCrea), è un patito della caccia grossa e si sta recando in nave con facoltosi amici in Sudamerica per coltivare il suo hobby. Un incongruo incidente mal descritto ottiene lo scopo di eliminare tutti gli altri inutili personaggi e lasciare il solo Bob, naufrago su di un isola misteriosa.
Zaroff (Leslie Banks), è un altrettato misterioso nobiluomo di origine russa che vive sull'isola con la sola compagnia della servitù e di un regolare traffico di ospiti che scampano a tragedie marittime.
Nella versione di Connell, la storia è una partita a due tra di loro. Entrambi accaniti cacciatori, Zaroff ha superato il punto di non ritorno, non riuscendo a trarre più alcun piacere dalla caccia "normale" ha deciso di puntare su una versione più pericolosa, trattando come prede i suoi ospiti, a cui dà un coltellaccio, alcune ore di vantaggio, prima di inseguirli con varie armi e la sua muta di cani.
Difficile non scorgere l'influenza che questo racconto ha avuto in seguito. Se in un certo senso anche Rambo mi sembra avere un qualche debito narrativo, più immediato il riferimento nella fantascienza di Predator.
In questo film si è voluto introdurre anche una trama rosa per poter utilizzare Fay Wray, per la quale è stato creato di sana pianta il ruolo di Eve, altra naufraga su cui Zaroff ha mire sessuali esplicite, ma con la quale non riesce a concludere se prima non ammazza un competitore. Nel cast di King Kong c'era anche Robert Armstrong, un caratterista molto attivo in quel periodo, e così gli si è dato il ruolo di Martin, fratello di Eve, che però è del tutto inutile allo sviluppo, e viene usato solo come bizzarro spot contro il consumo di alcolici.
La sceneggiatura è basata su di un racconto di Richard Connell risalente al decennio precedente, e come tale intriso dell'atmosfera degli anni venti. The most dangerous game, più correttamente tradotto in italiano come La preda più pericolosa, è alla base anche di una riduzione radiofonica di Orson Welles che sembra aver mantenuto lo spirito iniziale.
Questa versione cinematografica ha invece modificato personaggi e introdotto varianti piuttosto inconsistenti nello sviluppo dell'azione per riciclare attori e scenari del King Kong che sarebbe uscito l'anno dopo. Si tratta infatti di un film a bassissimo costo, girato nei ritagli di tempo lasciati dalla produzione principale, puntando su atmosfere tra il pulp, il gotico e l'horror. A vederlo oggi fa ridere, ma ai tempi era risultato così eccessivo che dopo la prima uscita si è deciso di tagliare il quarto d'ora di pellicola più raccapricciante per limitare il disgusto del pubblico.
Bob (Joel McCrea), è un patito della caccia grossa e si sta recando in nave con facoltosi amici in Sudamerica per coltivare il suo hobby. Un incongruo incidente mal descritto ottiene lo scopo di eliminare tutti gli altri inutili personaggi e lasciare il solo Bob, naufrago su di un isola misteriosa.
Zaroff (Leslie Banks), è un altrettato misterioso nobiluomo di origine russa che vive sull'isola con la sola compagnia della servitù e di un regolare traffico di ospiti che scampano a tragedie marittime.
Nella versione di Connell, la storia è una partita a due tra di loro. Entrambi accaniti cacciatori, Zaroff ha superato il punto di non ritorno, non riuscendo a trarre più alcun piacere dalla caccia "normale" ha deciso di puntare su una versione più pericolosa, trattando come prede i suoi ospiti, a cui dà un coltellaccio, alcune ore di vantaggio, prima di inseguirli con varie armi e la sua muta di cani.
Difficile non scorgere l'influenza che questo racconto ha avuto in seguito. Se in un certo senso anche Rambo mi sembra avere un qualche debito narrativo, più immediato il riferimento nella fantascienza di Predator.
In questo film si è voluto introdurre anche una trama rosa per poter utilizzare Fay Wray, per la quale è stato creato di sana pianta il ruolo di Eve, altra naufraga su cui Zaroff ha mire sessuali esplicite, ma con la quale non riesce a concludere se prima non ammazza un competitore. Nel cast di King Kong c'era anche Robert Armstrong, un caratterista molto attivo in quel periodo, e così gli si è dato il ruolo di Martin, fratello di Eve, che però è del tutto inutile allo sviluppo, e viene usato solo come bizzarro spot contro il consumo di alcolici.
Animal crackers
Secondo lungometraggio dei fratelli Marx che, come il precedente (*), non è altro che una riproposizione sullo schermo dello spettacolo che stavano dando in un teatro sulla Broadway. Anche gran parte del cast era lo stesso, e lo si vede nella qualità della recitazione che ha una enfasi propria del vaudeville.
Da noi è noto anche con il titolo di Matti da legare! Il titolo originale è un misterioso riferimento ai cracker a forma di animale, tuttora usati per gli aperitivi, in particolare nella versione pesce. Forse un riferimento al protagonista, che dice di essere un cacciatore ma che probabilmente ha visto solo quegli animali da cocktail.
La storia è secondaria, avendo lo scopo principale di fare da veicolo per le pirotecniche battute dei Marx e per gli immancabili (**) numeri musicali. Una ricca vedova della buona società newyorkese, la signora Rittenhouse (Margaret Dumont), organizza una serata a cui parteciperà un famoso esploratore di ritorno dall'Africa, il capitano Jeffrey Spaulding (Groucho Marx), e in cui verrà presentato un famoso e prezioso dipinto francese diventato proprietà di un magnate locale, tal Roscoe Chandler (Louis Sorin).
Il capitano è accompagnato dal suo segretario (Zeppo Marx), e ad allietare l'evento arriva un musicista di presunta origine italiana, il signor Emanuel Ravelli (Chico Marx) accompagnato dal Professore (Harpo Marx). In più un paio di burloni, per motivi vari, vogliono sostituire il dipinto originale con una copia in loro possesso.
Il capitano e Chandler competono per le grazie, o per meglio dire i capitali, della vedova; il Professore porta scompiglio e insegue le donne con intenzioni non ben identificate; il signor Ravelli è alla ricerca di un metodo qualunque per mettere in tasca qualche soldo.
Il dipinto sparisce, arriva la polizia, il capitano si qualifica come un investigatore di Scotland Yard e comanda a bacchetta l'ispettore che dovrebbe indagare. Sembra che la colpa cada sul Professore, viene perdonato, ma si scopre che aveva occultato nella sua ampia palandrana un numero enorme di posate di argento. Sfugge nuovamente all'arresto irrorando tutti i presenti con una pozione soporifera e quindi, visto che tra i dormienti c'è anche la bella che ha seguito con maggior ostinazione per tutto il film, le si avvicina e, colpo di scena finale, si addormenta al suo fianco.
(*) The cocoanuts (1929), da noi noto come Noci di cocco - "nuts" è informale per matto.
(**) Siamo agli albori del cinema sonoro, per giustificare la spesa aggiuntiva della ripresa si faceva leva sul lato musicale della storia.
Da noi è noto anche con il titolo di Matti da legare! Il titolo originale è un misterioso riferimento ai cracker a forma di animale, tuttora usati per gli aperitivi, in particolare nella versione pesce. Forse un riferimento al protagonista, che dice di essere un cacciatore ma che probabilmente ha visto solo quegli animali da cocktail.
La storia è secondaria, avendo lo scopo principale di fare da veicolo per le pirotecniche battute dei Marx e per gli immancabili (**) numeri musicali. Una ricca vedova della buona società newyorkese, la signora Rittenhouse (Margaret Dumont), organizza una serata a cui parteciperà un famoso esploratore di ritorno dall'Africa, il capitano Jeffrey Spaulding (Groucho Marx), e in cui verrà presentato un famoso e prezioso dipinto francese diventato proprietà di un magnate locale, tal Roscoe Chandler (Louis Sorin).
Il capitano è accompagnato dal suo segretario (Zeppo Marx), e ad allietare l'evento arriva un musicista di presunta origine italiana, il signor Emanuel Ravelli (Chico Marx) accompagnato dal Professore (Harpo Marx). In più un paio di burloni, per motivi vari, vogliono sostituire il dipinto originale con una copia in loro possesso.
Il capitano e Chandler competono per le grazie, o per meglio dire i capitali, della vedova; il Professore porta scompiglio e insegue le donne con intenzioni non ben identificate; il signor Ravelli è alla ricerca di un metodo qualunque per mettere in tasca qualche soldo.
Il dipinto sparisce, arriva la polizia, il capitano si qualifica come un investigatore di Scotland Yard e comanda a bacchetta l'ispettore che dovrebbe indagare. Sembra che la colpa cada sul Professore, viene perdonato, ma si scopre che aveva occultato nella sua ampia palandrana un numero enorme di posate di argento. Sfugge nuovamente all'arresto irrorando tutti i presenti con una pozione soporifera e quindi, visto che tra i dormienti c'è anche la bella che ha seguito con maggior ostinazione per tutto il film, le si avvicina e, colpo di scena finale, si addormenta al suo fianco.
(*) The cocoanuts (1929), da noi noto come Noci di cocco - "nuts" è informale per matto.
(**) Siamo agli albori del cinema sonoro, per giustificare la spesa aggiuntiva della ripresa si faceva leva sul lato musicale della storia.
Nothing but the truth
Ovvero lo strano caso di un film americano che non ha raggiunto le sale del suo Paese perché il distributore è fallito. Qui da noi non è uscito in nessun modo, però è abbastanza facilmente recuperabile come DVD europeo, ma senza doppiaggio italiano. Cosa che potrebbe essere vista come vantaggio.
L'idea a Rod Lurie (sceneggiatura e regia) è venuta seguendo il caso di Judith Miller, quella giornalista americana che ha pubblicato notizie sulle armi di distruzione di massa in Iraq che poi si sono rivelate fabbricate di sana pianta. Il contatto sta solo nel fatto che i giornalisti americani, pur essendo teoricamente coperti nel loro diritto di non rivelare le fonti delle proprie notizie, possono essere incriminati per disprezzo della corte se si rifiutano di citarle quando il giudice, adducendo necessità di ordine maggiore, insista nell'ottenere questa informazione. Il resto è tutto inventato di sana pianta e non ha nessuna relazione con fatti realmente accaduti.
Succede che Rachel Armstrong (Kate Beckinsale) sia una giornalista alla ricerca del colpaccio. Lo trova quando una fonte, che sarà rivelata (e solo a noi spettatori) nel finale si lascia scappare che Erica Van Doren (Vera Farmiga) è una agente federale sotto copertura che in qualche modo aveva sconsigliato il governo dall'intraprendere una operazione poi effettivamente rivelatasi una scemenza colossale. L'articolo della Armstrong mira a mettere in difficoltà il governo e, a ben vedere, non ci sarebbe bisogno di scoprire la Van Doren. Però la signora è sposata ad un ex ambasciatore critico nei confronti dell'amministrazione corrente, e ha anche alcuni fatti personali che potrebbero intrattenere il lettore casuale, e così si decide di rovinarle la vita.
Ai federali gliene importa ben poco sia della Armstrong sia della Van Doren, però vogliono scoprire chi è il traditore che spiffera cose che non dovrebbe dire, per cui sguinzagliano un procuratore federale (Matt Dillon) con ampia facoltà di spaccare tutto quello che vuole. Il giornale risponde affidando la difesa della sua dipendente a un avvocato di chiara fama, anche se un po' vanesio e affezionato agli stilisti italiani (Alan Alda).
Le cose vanno per le lunghe, la Armstrong è irremovibile nel non voler rivelare la sua fonte, con una caparbietà che sembra eccessiva a tutti quanti. E viene il dubbio, ma ha ragione lei, e veramente il principio è così importante, o non è che dietro la sua facciata di difesa delle libertà civili ad ogni costo c'è qualcosa di molto imbarazzante?
L'idea a Rod Lurie (sceneggiatura e regia) è venuta seguendo il caso di Judith Miller, quella giornalista americana che ha pubblicato notizie sulle armi di distruzione di massa in Iraq che poi si sono rivelate fabbricate di sana pianta. Il contatto sta solo nel fatto che i giornalisti americani, pur essendo teoricamente coperti nel loro diritto di non rivelare le fonti delle proprie notizie, possono essere incriminati per disprezzo della corte se si rifiutano di citarle quando il giudice, adducendo necessità di ordine maggiore, insista nell'ottenere questa informazione. Il resto è tutto inventato di sana pianta e non ha nessuna relazione con fatti realmente accaduti.
Succede che Rachel Armstrong (Kate Beckinsale) sia una giornalista alla ricerca del colpaccio. Lo trova quando una fonte, che sarà rivelata (e solo a noi spettatori) nel finale si lascia scappare che Erica Van Doren (Vera Farmiga) è una agente federale sotto copertura che in qualche modo aveva sconsigliato il governo dall'intraprendere una operazione poi effettivamente rivelatasi una scemenza colossale. L'articolo della Armstrong mira a mettere in difficoltà il governo e, a ben vedere, non ci sarebbe bisogno di scoprire la Van Doren. Però la signora è sposata ad un ex ambasciatore critico nei confronti dell'amministrazione corrente, e ha anche alcuni fatti personali che potrebbero intrattenere il lettore casuale, e così si decide di rovinarle la vita.
Ai federali gliene importa ben poco sia della Armstrong sia della Van Doren, però vogliono scoprire chi è il traditore che spiffera cose che non dovrebbe dire, per cui sguinzagliano un procuratore federale (Matt Dillon) con ampia facoltà di spaccare tutto quello che vuole. Il giornale risponde affidando la difesa della sua dipendente a un avvocato di chiara fama, anche se un po' vanesio e affezionato agli stilisti italiani (Alan Alda).
Le cose vanno per le lunghe, la Armstrong è irremovibile nel non voler rivelare la sua fonte, con una caparbietà che sembra eccessiva a tutti quanti. E viene il dubbio, ma ha ragione lei, e veramente il principio è così importante, o non è che dietro la sua facciata di difesa delle libertà civili ad ogni costo c'è qualcosa di molto imbarazzante?
John Wick
La storia è vecchia come il cucco. Un terribile assassino in pensione anticipata, costretto a tornare al lavoro, dimostra di non aver perso lo smalto dei bei tempi andati.
Forse la prima volta che ne ho visto una variante è stato nel West and soda di Bruno Bozzetto (1965) che riprendeva come parodia questo stereotipo del cinema western. Sarà per questo lontano imprinting che a me non dispiace vederne variazioni, e anche se ho mancato il recentissimo The equalizer con Denzel Washington al cinema penso di recuperarlo in visione casalinga.
In questo caso ho trovato la realizzazione piuttosto sotto tono. Un problema sostanziale direi che sia la durata. Una trama così esile non riesce a reggere i cento minuti canonici. Una produzione più efficace avrebbe tagliato gli ammazzamenti prima che diventassero troppo ripetitivi. Si veda ad esempio la Lucy di Besson. Un altro problema è certamente la scarsa esperienza dei registi. Chad Stahelski e David Leitch (*), più noti per il loro lavoro nelle coreografie dei combattimenti e coordinamento degli stunt, fuori dal loro ambito specifico hanno ben poco da dire.
Ci sono poi anche problemi più sostanziali, ma non è che in un film come questo si badi poi tanto alla sostanza.
Sul versante positivo, c'è il buon senso del ritmo, almeno finché non si raggiunge la saturazione, e l'idea di un albergo in centro alla New York contemporanea destinato esclusivamente ai killer di passaggio.
John Wick è interpretato da un Keanu Reeves alle prese con la sua solita limitata espressività, che qui potrebbe essere benevolmente vista come sottoprodotto della focalizzazione del personaggio nella sua missione.
Di solito i protagonisti di queste trame intervengono per evitare o vendicare qualcosa di mostruoso. Wick invece sbarella perché lo hanno pestato, gli hanno rubato la macchina, ma soprattutto perché gli hanno ucciso il cane. E va bene, il cane era una cagnolina pucciosa ultimo regalo della sua amata moglie, però, per la miseria, poteva prendersene un altro subito, invece di ammazzare prima svariate decine di persone. Le basi teoriche del comportamento di Wick sono spiegate in 7 psicopatici e ne Il settimo continente dove McDonagh e Haneke illustrano ognuno seguendo il proprio taglio preferito (rispettivamente satirico e documentaristico) come allo spettatore di questo genere di film non faccia grande impressione l'omicidio ma strabuzzi di fronte all'uccisione di un animale di compagnia. Tra l'altro il film di Haneke può essere preso a riferimeto per la scena in cui Wick distruggerà una gran mole di soldi. Qui però i registi mostrano di non aver capito bene la lezione. Perché qui ad essere impressionati sono sono solo i personaggi, e non ho visto grandi reazioni nel pubblico.
Abbastanza improbabilmente, prima di lasciare il lavoro, Wick era un killer al soldo di un delinquente russo basato a New York, tale Viggo Tarasov (Michael Nyqvist). Bizzarra la scelta di chiamarlo Viggo, un nome per niente russo e che difficilmente può non far pensare a Viggo Mortensen e quindi a La promessa dell'assassino, dove anche lì, ma in modo molto più plausibile, si parla di delinquenza di area russa trapiantata in occidente (là era Londra). E da lì si può risalire all'altro film della coppia Mortensen-Cronenberg A history of violence, la cui trama è abbastanza simile, ma sviluppata con una profondità non paragonabile.
A pestare i piedi a Wick è il figlio di Viggo, Iosef (Alfie Allen), per cui avremo la dinamica capo-dipendente contrapposta a quella padre-figlio. C'è spazio anche per un paio di comprimari notevoli, John Leguizamo e Willem Dafoe, un meccanico e un altro top killer, ruoli poco significativi.
Mi pare invece significativo che l'impalpabilità del lato femminile nel film. La moglie di Wick (Bridget Moynahan) muore prima dell'inizio del film, e la signora Tarasov non è mai nemmeno citata. Per quel che ne sappiamo Iosef potrebbe essere nato in provetta. Ci sarebbe una killer, Ms.Perkins (Adrianne Palicki) ma è così maschiaccio che non converrebbe nemmeno citarla. Il fatto è che in questo film le armi fanno da succedaneo alla sessualità. Ci sono carrellate su pistole e fucili che mi hanno ricordato equivalenti indagini della camera su corpi femminili in B-movies di altro genere. Forse in questa prospettiva hano un senso i troppo lunghi combattimenti, che non sono altro che la trasposizione nell'uso delle armi di quello dei corpi nel genere sexploitation.
Curioso che la carneficina si svolga principalmente a New York e che, nonostante il massiccio uso di armi, non si veda mai la polizia (**). Mi pare anche che a morire siano solo delinquenti e affiliati, come se tutto scorresse su un piano parallelo alla realtà dei comuni mortali. In effetti, a pensarci bene, la cifra stilistica sembra quella del videogioco. Anche le coreografie degli scontri sono impossibili, con Wick che sembra sapere sempre dove sarà il prossimo che deve ammazzare. Un po' come Tom Cruise in Edge of tomorrow, ma lì la spiegazione c'era.
(*) Per motivi che non so David Leitch non è accreditato ufficialmente.
(**) Una eccezione, un poliziotto che va a casa di Wick su chiamata dei vicini, gli apre il padrone di casa coperto di sangue (altrui), vede un cadavere nel corridoio, chiede se la situazione è sotto controllo, e se ne va.
Forse la prima volta che ne ho visto una variante è stato nel West and soda di Bruno Bozzetto (1965) che riprendeva come parodia questo stereotipo del cinema western. Sarà per questo lontano imprinting che a me non dispiace vederne variazioni, e anche se ho mancato il recentissimo The equalizer con Denzel Washington al cinema penso di recuperarlo in visione casalinga.
In questo caso ho trovato la realizzazione piuttosto sotto tono. Un problema sostanziale direi che sia la durata. Una trama così esile non riesce a reggere i cento minuti canonici. Una produzione più efficace avrebbe tagliato gli ammazzamenti prima che diventassero troppo ripetitivi. Si veda ad esempio la Lucy di Besson. Un altro problema è certamente la scarsa esperienza dei registi. Chad Stahelski e David Leitch (*), più noti per il loro lavoro nelle coreografie dei combattimenti e coordinamento degli stunt, fuori dal loro ambito specifico hanno ben poco da dire.
Ci sono poi anche problemi più sostanziali, ma non è che in un film come questo si badi poi tanto alla sostanza.
Sul versante positivo, c'è il buon senso del ritmo, almeno finché non si raggiunge la saturazione, e l'idea di un albergo in centro alla New York contemporanea destinato esclusivamente ai killer di passaggio.
John Wick è interpretato da un Keanu Reeves alle prese con la sua solita limitata espressività, che qui potrebbe essere benevolmente vista come sottoprodotto della focalizzazione del personaggio nella sua missione.
Di solito i protagonisti di queste trame intervengono per evitare o vendicare qualcosa di mostruoso. Wick invece sbarella perché lo hanno pestato, gli hanno rubato la macchina, ma soprattutto perché gli hanno ucciso il cane. E va bene, il cane era una cagnolina pucciosa ultimo regalo della sua amata moglie, però, per la miseria, poteva prendersene un altro subito, invece di ammazzare prima svariate decine di persone. Le basi teoriche del comportamento di Wick sono spiegate in 7 psicopatici e ne Il settimo continente dove McDonagh e Haneke illustrano ognuno seguendo il proprio taglio preferito (rispettivamente satirico e documentaristico) come allo spettatore di questo genere di film non faccia grande impressione l'omicidio ma strabuzzi di fronte all'uccisione di un animale di compagnia. Tra l'altro il film di Haneke può essere preso a riferimeto per la scena in cui Wick distruggerà una gran mole di soldi. Qui però i registi mostrano di non aver capito bene la lezione. Perché qui ad essere impressionati sono sono solo i personaggi, e non ho visto grandi reazioni nel pubblico.
Abbastanza improbabilmente, prima di lasciare il lavoro, Wick era un killer al soldo di un delinquente russo basato a New York, tale Viggo Tarasov (Michael Nyqvist). Bizzarra la scelta di chiamarlo Viggo, un nome per niente russo e che difficilmente può non far pensare a Viggo Mortensen e quindi a La promessa dell'assassino, dove anche lì, ma in modo molto più plausibile, si parla di delinquenza di area russa trapiantata in occidente (là era Londra). E da lì si può risalire all'altro film della coppia Mortensen-Cronenberg A history of violence, la cui trama è abbastanza simile, ma sviluppata con una profondità non paragonabile.
A pestare i piedi a Wick è il figlio di Viggo, Iosef (Alfie Allen), per cui avremo la dinamica capo-dipendente contrapposta a quella padre-figlio. C'è spazio anche per un paio di comprimari notevoli, John Leguizamo e Willem Dafoe, un meccanico e un altro top killer, ruoli poco significativi.
Mi pare invece significativo che l'impalpabilità del lato femminile nel film. La moglie di Wick (Bridget Moynahan) muore prima dell'inizio del film, e la signora Tarasov non è mai nemmeno citata. Per quel che ne sappiamo Iosef potrebbe essere nato in provetta. Ci sarebbe una killer, Ms.Perkins (Adrianne Palicki) ma è così maschiaccio che non converrebbe nemmeno citarla. Il fatto è che in questo film le armi fanno da succedaneo alla sessualità. Ci sono carrellate su pistole e fucili che mi hanno ricordato equivalenti indagini della camera su corpi femminili in B-movies di altro genere. Forse in questa prospettiva hano un senso i troppo lunghi combattimenti, che non sono altro che la trasposizione nell'uso delle armi di quello dei corpi nel genere sexploitation.
Curioso che la carneficina si svolga principalmente a New York e che, nonostante il massiccio uso di armi, non si veda mai la polizia (**). Mi pare anche che a morire siano solo delinquenti e affiliati, come se tutto scorresse su un piano parallelo alla realtà dei comuni mortali. In effetti, a pensarci bene, la cifra stilistica sembra quella del videogioco. Anche le coreografie degli scontri sono impossibili, con Wick che sembra sapere sempre dove sarà il prossimo che deve ammazzare. Un po' come Tom Cruise in Edge of tomorrow, ma lì la spiegazione c'era.
(*) Per motivi che non so David Leitch non è accreditato ufficialmente.
(**) Una eccezione, un poliziotto che va a casa di Wick su chiamata dei vicini, gli apre il padrone di casa coperto di sangue (altrui), vede un cadavere nel corridoio, chiede se la situazione è sotto controllo, e se ne va.
Il mistero del carillon
Ultimo film della serie che vede Basil Rathbone nel ruolo di Sherlock Holmes e Nigel Bruce in quelli del dottor John H. Watson. Pare che Rathbone si sia stufato di interpretare storie che gli sembravano tutte uguali. E in effetti questa sceneggiatura di Frank Gruber sembra una rielaborazione de L'avventura dei sei napoleoni, che già era stata alla base de La perla della morte. Anche se qui si cita Uno scandalo in Boemia, che sarebbe stato pubblicato sullo Strand proprio prima dell'inizio di questa storia, vediamo Watson che legge la rivista tutto contento, e sentiamo Holmes fare commenti sulla sua qualità letteraria, che viene anche utilizzato dal principale carattere femminile Hilda Courtney (Patricia Morison) come suggerimento all'azione.
Hilda è il solito personaggio di questa serie che è in bilico tra essere una dark lady vera e propria e una più comune avventuriera. Il titolo originale, Dressed to kill, spinge nella prima direzione, ma averla relegata in posizione subalterna nella sua gang criminale, e dandole una inclinazione per operare sotto mentite spoglie la fanno tendere verso la seconda definizione.
Invece di essere a caccia di una perla, qui si cerca un messaggio criptato in un motivetto musicale suonato da carillon.
Hilda è il solito personaggio di questa serie che è in bilico tra essere una dark lady vera e propria e una più comune avventuriera. Il titolo originale, Dressed to kill, spinge nella prima direzione, ma averla relegata in posizione subalterna nella sua gang criminale, e dandole una inclinazione per operare sotto mentite spoglie la fanno tendere verso la seconda definizione.
Invece di essere a caccia di una perla, qui si cerca un messaggio criptato in un motivetto musicale suonato da carillon.
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