La sceneggiatura (Charlie Kaufman) è basata sulla autobiografia non autorizzata (sic) di Chuck Barris, nome che a noi dice poco, ma che conosciamo indirettamente in quanto è colui che ha inventato il format di alcuni tra i programmi televisivi più deprimenti nella storia dell'umanità, quali The dating game (*) e The gong show (**).
Barris è un nome noto negli USA, i diritti cinematografici per la sua storia saranno costati un botto, e quindi non aveva molto senso farne un film indipendente, che non sarebbe riuscito a rientrare nelle spese. D'altro canto la storia è così assurda che difficilmente si potevano trovare produttori disposti a rischiare le cifre ingenti di un film mainstream. Questo ha comportato una gestazione travagliata fino alla decisione di affidare la regia al debuttante di lusso George Clooney. Scelta che si è dimostrata arrischiata per l'equilibrio del racconto, ma che ha permesso di ottenere un cast a supporto di tutto rispetto, in quanto in molti hanno partecipato per amicizia, accettando un compenso relativamente modesto.
In pratica Barris sostiene di essere stato reclutato dalla CIA per uccidere in giro per il mondo, e di aver colpito una trentina di volte prima di essere messo a riposo. Il che si sposa piuttosto male con la sua carriera di produttore televisivo. La scelta della sceneggiatura, e sopratutto della regia, è quella di dargli corda, raccontare la storia come se fosse plausibile, e lasciare allo spettatore il compito di decidere cosa ne vuole pensare. Siamo un po' a metà strada tra la scelta di Ron Howard per A beautiful mind, e quella di Peter Weir per The way back. Nel primo è chiaro, almeno da un certo punto in avanti, che il protagonista ha problemi mentali, e che non possiamo fidarci di quello che viene narrato seguendo la sua prospettiva. Nel secondo non ci viene dato praticamente nessun indizio sulla falsità della storia e viene lasciato tutto allo spettatore l'onere di informarsi su cosa ci sia dietro.
Ci viene detto che Chuck ha un solo grande interesse nella vita, le donne. O meglio, fare sesso con le donne. Lo vediamo ragazzetto (Michael Cera) approcciare disastrosamente sue coetanee e poi, più adulto (Sam Rockwell), scegliere la sua vita in base alle probabilità di andare a segno. Finisce dunque per produrre spettacoli televisivi. Nel passare da donna in donna, incontra Debbie (Maggie Gyllenhaal) che condivide l'appartamento con Penny (Drew Barrymore), tipetta bizzarra con cui Chuck finirà per avere una lunghissima per quanto anomala relazione.
Sta ancora lottando per emergere quando viene contattato da un losco figuro, Jim Byrd (lo stesso Clooney), che lo convince a partecipare ad un bizzarro corso per assassini e poi lo manda in Messico ad uccidere un tale per conto del governo. Tornato dalla missione, scopre che Penny ha avuto una svolta hippy e che il suo Dating Game ha fortunosamente ottenuto il via libera per la produzione. Nonostante questo Jim gli tiene gli occhi addosso, anzi, quando scopre che il programma ha successo, suggerisce a Chuck di introdurre una variazione che gli permetterà di usarlo come copertura per missioni all'estero.
Però nemmeno il KGB scherza, e ci viene suggerito che pure loro usino il programma di Chuck per i loro scopi. Vediamo infatti che in una puntata la tipa sceglie il suo compagno scartando nientemeno che Brad Pitt e Matt Damon per favorire quello che scopriremo essere un agente doppiogiochista. Tra i colleghi di Chuck facciamo la conoscenza della letale Patricia (Julia Roberts) e del disilluso Keeler (Rutger Hauer). I due sembrano una copia in negativo di Penny e Chuck, e forse non è un caso che Chuck li debba eliminare per potersi sposare con Penny.
Lo stile della narrazione è in una via di mezzo tra quello dei fratelli Coen e di Steven Soderbergh (che è tra i produttori). Meglio andrà quando Clooney riuscirà a fare a meno di modelli altrui e userà le sue capacità. Vedasi Le idi di marzo.
(*) Da noi noto come Il gioco delle coppie, anche perché il termine "date" era, e credo continui ad essere, praticamente intraducibile.
(**) Molto simile al nostro La corrida, che però è precedente.
Il cerimoniale dei Musgrave
Questa versione presenta alcune variazioni non trascurabili rispetto all'originale (*), a cui però è sostanzialmente fedele nella sostanza. Se lo confrontiamo con lo Sherlock Holmes di fronte alla morte (**) non possiamo che ammirare l'aderenza al testo originale.
Il cambiamento principale è che il dottor Watson (Edward Hardwicke) partecipa attivamente all'avventura a fianco di Holmes (Jeremy Brett), mentre in originale questa era una vecchia storia, uno dei suoi primi casi, risolta in solitaria e che aveva raccontato all'amico. Di questa struttura resta una rimembranza nella sceneggiatura, in cui si allude ad appunti holmesiani che il nostro vuole rivedere prima di mostrarli al dottore.
Al centro della storia c'è Brunton (James Hazeldine), maggiordomo infedele di Sir Musgrave (Michael Culver). Costui non solo è infedele al suo datore di lavoro, ma anche alle donne. Questa doppia debolezza gli sarà fatale. Ha passato infatti anni a rimuginare su una antica pergamena della famiglia Musgrave che sembra indicare una specie di mappa del tesoro e pensa infine di averne trovato la soluzione. Scoperto da Musgrave a ficcanasare, gli viene dato poco tempo per agire e, non avendo alternative, pensa di usare come complice una sua ex fiamma, con tutto quello che ne consegue.
Il tesoro è niente meno che la corona di Carlo I d'Inghilterra, andata persa in seguito ai tumultuosi tempi della repubblica inglese.
(*) Parte della collezione Le memorie di Sherlock Holmes. Questo blocco di episodi Granada ha invece il titolo di Il ritorno di S.H., come la seguente collezione di racconti di Conan Doyle.
(**) Produzione Universal anni quaranta, con Basil Rathbone protagonista.
Il cambiamento principale è che il dottor Watson (Edward Hardwicke) partecipa attivamente all'avventura a fianco di Holmes (Jeremy Brett), mentre in originale questa era una vecchia storia, uno dei suoi primi casi, risolta in solitaria e che aveva raccontato all'amico. Di questa struttura resta una rimembranza nella sceneggiatura, in cui si allude ad appunti holmesiani che il nostro vuole rivedere prima di mostrarli al dottore.
Al centro della storia c'è Brunton (James Hazeldine), maggiordomo infedele di Sir Musgrave (Michael Culver). Costui non solo è infedele al suo datore di lavoro, ma anche alle donne. Questa doppia debolezza gli sarà fatale. Ha passato infatti anni a rimuginare su una antica pergamena della famiglia Musgrave che sembra indicare una specie di mappa del tesoro e pensa infine di averne trovato la soluzione. Scoperto da Musgrave a ficcanasare, gli viene dato poco tempo per agire e, non avendo alternative, pensa di usare come complice una sua ex fiamma, con tutto quello che ne consegue.
Il tesoro è niente meno che la corona di Carlo I d'Inghilterra, andata persa in seguito ai tumultuosi tempi della repubblica inglese.
(*) Parte della collezione Le memorie di Sherlock Holmes. Questo blocco di episodi Granada ha invece il titolo di Il ritorno di S.H., come la seguente collezione di racconti di Conan Doyle.
(**) Produzione Universal anni quaranta, con Basil Rathbone protagonista.
La tragedia di Abbey Grange
Secondo episodio del blocco denominato Il ritorno di Sherlock Holmes, come la seconda raccolta dei racconti che Conan Doyle ha dedicato al consulting detective per eccellenza. Solo in questa versione italiana si parla di tragedia quando, a ben vedere, come livello di tragicità siamo nella media, o è magari anche leggermente inferiore.
Holmes (Jeremy Brett) viene convocato dall'ispettore Hopkins nel sobborgo londinese che dà il titolo all'avventura (*), in seguito all'omicidio di Sir Brackenstall, persona di notevole influenza. L'ipotesi dell'indagine di polizia è che una famigliola di ladri locali sia stata colta sul fatto da Lady Brackenstall (Anne-Louise Lambert), che è stata messa a tacere con un potente sganassone, e questi abbiano eliminato il di lei marito prima di allontanarsi.
Nonostante alcuni particolari poco chiari, Holmes sembra disposto ad accettare questa ipotesi e, maledicendo l'ispettore che l'ha attirato fuori città per un caso così poco interessante, tornerebbe in Baker Street. Se non fosse che alcuni particolari relativi a bicchieri e una bottiglia non gli facessero venire dei dubbi.
L'infelicità del matrimonio dei Brackenstall, lei australiana non abituata alla rigida società inglese ottocentesca, lui brutale e con una perniciosa tendenza all'alcolismo, unita ad alcuni dettagli caratteriali di uno dei pochi conoscenti che lei ha in Inghilterra, sembrano indicare una possibile soluzione alternativa.
E' uno di quei racconti in cui Holmes si limita a suggerire al committente che la soluzione che questi ha in mente forse non è la più vicina alla realtà dei fatti, e finisce per decidere lui, nonostante qualche flebile protesta da parte di Watson (Edward Hardwicke), sul come devono andare a finire le cose.
Interessante notare come Conan Doyle sia in questo caso piuttosto in anticipo sui tempi, trattando di un argomento, la violenza familiare, su cui ai tempi si preferiva sorvolare. Ancor più di quanto sia comune oggi, intendo.
(*) Niente a che vedere con Abbey Normal - cit. Frankenstein Junior
Holmes (Jeremy Brett) viene convocato dall'ispettore Hopkins nel sobborgo londinese che dà il titolo all'avventura (*), in seguito all'omicidio di Sir Brackenstall, persona di notevole influenza. L'ipotesi dell'indagine di polizia è che una famigliola di ladri locali sia stata colta sul fatto da Lady Brackenstall (Anne-Louise Lambert), che è stata messa a tacere con un potente sganassone, e questi abbiano eliminato il di lei marito prima di allontanarsi.
Nonostante alcuni particolari poco chiari, Holmes sembra disposto ad accettare questa ipotesi e, maledicendo l'ispettore che l'ha attirato fuori città per un caso così poco interessante, tornerebbe in Baker Street. Se non fosse che alcuni particolari relativi a bicchieri e una bottiglia non gli facessero venire dei dubbi.
L'infelicità del matrimonio dei Brackenstall, lei australiana non abituata alla rigida società inglese ottocentesca, lui brutale e con una perniciosa tendenza all'alcolismo, unita ad alcuni dettagli caratteriali di uno dei pochi conoscenti che lei ha in Inghilterra, sembrano indicare una possibile soluzione alternativa.
E' uno di quei racconti in cui Holmes si limita a suggerire al committente che la soluzione che questi ha in mente forse non è la più vicina alla realtà dei fatti, e finisce per decidere lui, nonostante qualche flebile protesta da parte di Watson (Edward Hardwicke), sul come devono andare a finire le cose.
Interessante notare come Conan Doyle sia in questo caso piuttosto in anticipo sui tempi, trattando di un argomento, la violenza familiare, su cui ai tempi si preferiva sorvolare. Ancor più di quanto sia comune oggi, intendo.
(*) Niente a che vedere con Abbey Normal - cit. Frankenstein Junior
La casa vuota
Con gran sorpresa di tutti (*) Sherlock Holmes (Jeremy Brett) torna nella sua Londra. Sono passati tre anni dai fatti della cascata del Reichenbach e ormai tutti quanti si erano messi il cuore in pace sul suo trapasso, con l'eccezione di suo fratello Mycroft, che era stato informato dei fatti. Ancor più sorprendente, però, il cambio di connotati del dottor Watson, a cui però nessuno sembra fare caso. Ce ne accorgiamo solo noi spettatori perché a cambiare non è il personaggio ma l'interprete (Edward Hardwicke).
Questo primo episodio del secondo blocco mi è parso al di sotto degli standard della serie, ma solo perché è il racconto stesso originale ad essere piuttosto noioso, costretto com'è dal dover fornire uno spiegone sulla finta morte del protagonista e sul suo colpevole silenzio anche nei confronti di Holmes, e dal dover fare agire come investigatore il povero Watson, che per esigenze di copione deve essere mostrato come relativamente incapace.
Il caso trattato è piuttosto insipido. Un luogotenente del professor Moriarty è tuttora attivo a Londra, ma campa a stento barando al gioco. Quando scopre che Holmes è tornato in Baker Street si prepara ad eliminarlo sparandogli da una casa di fronte provvidenzialmente sfitta (da cui il titolo).
(*) In particolare di Conan Doyle, che avrebbe voluto lasciar defunto il suo consulting detective e dedicarsi ad altro.
Questo primo episodio del secondo blocco mi è parso al di sotto degli standard della serie, ma solo perché è il racconto stesso originale ad essere piuttosto noioso, costretto com'è dal dover fornire uno spiegone sulla finta morte del protagonista e sul suo colpevole silenzio anche nei confronti di Holmes, e dal dover fare agire come investigatore il povero Watson, che per esigenze di copione deve essere mostrato come relativamente incapace.
Il caso trattato è piuttosto insipido. Un luogotenente del professor Moriarty è tuttora attivo a Londra, ma campa a stento barando al gioco. Quando scopre che Holmes è tornato in Baker Street si prepara ad eliminarlo sparandogli da una casa di fronte provvidenzialmente sfitta (da cui il titolo).
(*) In particolare di Conan Doyle, che avrebbe voluto lasciar defunto il suo consulting detective e dedicarsi ad altro.
The Judge
La storia Nick Schenk e David Dobkin, con il secondo anche alla regia. Ma non è poi così importante. Con un cast del genere è davvero difficile sbagliare. Anche se tagliare una mezz'oretta facendo sparire qualche sviluppo secondario non sarebbe stata una cattiva idea.
L'apparenza è quella del legal thriller ma il cuore dalla storia sta tutto in una incasinatissima relazione padre - figlio, con tutto quello che ne consegue. Anche se, nonostante il clima molto teso all'interno della famiglia Palmer, due funerali, un omicidio con relativo processo, un divorzio incipiente e altri fatterelli minori, l'azione si dipana con sufficiente levità, almeno per gran parte del tempo.
Hank (Robert Downey Jr.) è un avvocato di dubbia moralità ma gran successo che esercita a Chicago. L'immagine di vincente è però molto sottile, e ci accorgiamo rapidamente che non ha amici, il matrimonio è in fase terminale, e non sa praticamente nulla della figlia. In più, sua madre muore improvvisamente, così che si trova a dover tornare nel suo paesello nell'Indiana, da cui si è tenuto accuratamente lontano per un paio di decenni.
Il padre (Robert Duvall) ha un caratterino molto particolare, basti dire che tutti, compresi i figli, lo chiamano Giudice. Persino quando si troverà ad essere al banco del testimone il giudice titolare del dibattimento lo chiamerà Giudice. Come si vedono incominciano a scoccare scintille. Hank se ne tornerebbe appena possibile a Chicago, ma un incidente lo trattiene. Pare che il padre abbia investito e ucciso un tale, anche se lui non ne ha alcun ricordo. Visto che in passato aveva avuto un problema di alcolismo, Hank sospetta che quella sia la ragione.
Il processo aiuterà a chiarire anche il motivo della tensione tra i due. Anzi, i due sfrutteranno la procedura giudiziale come artificio per parlare dei fatti loro. Avendo finalmente l'avvocato modo di poter fare domande dirette ed esigere risposte sincere dal Giudice.
Notevole anche il cast a supporto. Vale la pena di ricordare almeno Vera Farmiga nei panni della ex con cui Hank filava quand'era un ragazzetto (*) e Billy Bob Thornton è il pubblico ministero deciso a sfruttare la situazione per far vedere i sorci verdi a quello che vede, non a torto, come un pessimo esempio di avvocato.
Nota autoironica degli sceneggiatori, il fratello più giovane di Hank, Dale (Jeremy Strong), ha problemi mentali. E' quello che, volendo essere politicamente scorretti, si potrebbe definire lo scemo del paese. Costui usa una vecchia cinepresa a otto millimetri per nascondere la sua insicurezza, riprende tutto quello che può, e realizza filmini curando da sè anche il montaggio.
(*) Scopriamo che l'ha mollata in concomitanza di un concerto dei Metallica. Evento del quale conservano entrambi memoria, e lui la t-shirt.
L'apparenza è quella del legal thriller ma il cuore dalla storia sta tutto in una incasinatissima relazione padre - figlio, con tutto quello che ne consegue. Anche se, nonostante il clima molto teso all'interno della famiglia Palmer, due funerali, un omicidio con relativo processo, un divorzio incipiente e altri fatterelli minori, l'azione si dipana con sufficiente levità, almeno per gran parte del tempo.
Hank (Robert Downey Jr.) è un avvocato di dubbia moralità ma gran successo che esercita a Chicago. L'immagine di vincente è però molto sottile, e ci accorgiamo rapidamente che non ha amici, il matrimonio è in fase terminale, e non sa praticamente nulla della figlia. In più, sua madre muore improvvisamente, così che si trova a dover tornare nel suo paesello nell'Indiana, da cui si è tenuto accuratamente lontano per un paio di decenni.
Il padre (Robert Duvall) ha un caratterino molto particolare, basti dire che tutti, compresi i figli, lo chiamano Giudice. Persino quando si troverà ad essere al banco del testimone il giudice titolare del dibattimento lo chiamerà Giudice. Come si vedono incominciano a scoccare scintille. Hank se ne tornerebbe appena possibile a Chicago, ma un incidente lo trattiene. Pare che il padre abbia investito e ucciso un tale, anche se lui non ne ha alcun ricordo. Visto che in passato aveva avuto un problema di alcolismo, Hank sospetta che quella sia la ragione.
Il processo aiuterà a chiarire anche il motivo della tensione tra i due. Anzi, i due sfrutteranno la procedura giudiziale come artificio per parlare dei fatti loro. Avendo finalmente l'avvocato modo di poter fare domande dirette ed esigere risposte sincere dal Giudice.
Notevole anche il cast a supporto. Vale la pena di ricordare almeno Vera Farmiga nei panni della ex con cui Hank filava quand'era un ragazzetto (*) e Billy Bob Thornton è il pubblico ministero deciso a sfruttare la situazione per far vedere i sorci verdi a quello che vede, non a torto, come un pessimo esempio di avvocato.
Nota autoironica degli sceneggiatori, il fratello più giovane di Hank, Dale (Jeremy Strong), ha problemi mentali. E' quello che, volendo essere politicamente scorretti, si potrebbe definire lo scemo del paese. Costui usa una vecchia cinepresa a otto millimetri per nascondere la sua insicurezza, riprende tutto quello che può, e realizza filmini curando da sè anche il montaggio.
(*) Scopriamo che l'ha mollata in concomitanza di un concerto dei Metallica. Evento del quale conservano entrambi memoria, e lui la t-shirt.
Stardust
L'unica spiegazione ragionevole al fatto che io abbia scoperto solo ora che l'omonimo romanzo fantasy di Neil Gaiman è stato trasformato in film è che qualcuno mi abbia colpito con un maleficio, quale quello usato da Lamia (Michelle Pfeiffer) su Uggiosa Sal (Melanie Hill). Il lato positivo è che, essendo passato molto tempo dalla lettura, mi sono maggiormente divertito a indovinare se le discordanze che notavo erano dovute a mancanze nella mia memoria o a variazioni di sceneggiatura.
La storia originale è piuttosto intricata, e Matthew Vaughn, sceneggiatore (*) e regista, ha tagliato e aggiustato molto sia per riuscire a stare in un paio d'ore sia per adattare i personaggi al cast. Il risultato è discontinuo e poco chiaro in alcuni passaggi, consiglio perciò di leggere prima il libro. Anche dove le differenze sono sostanziali, le informazioni aggiuntive rendono molto più comprensibile anche il film.
Sostanzialmente si narra di un ragazzotto, Tristan (Charlie Cox), che vive in un villaggetto inglese ottocentesco in cui c'è ben poco di interessante, a parte Victoria (Sienna Miller) e una curiosa muraglia che il folklore locale vuole separi il nostro mondo da un mondo di favola.
Per far colpo su Victoria, le promette in omaggio una stella cadente che i due hanno visto precipitare proprio in direzione dell'altro mondo. Quello che Tristan non sa è che nel mondo fatato le stelle sono donne, quella in particolare si chiama Yvaine (Claire Danes). Non sa altre cosette, come ad esempio che Yvaine è caduta sulla Terra per colpa del re locale (Peter O'Toole) che, essendo moribondo, deve per tradizione trovare il modo di far sì che uno solo tra i suoi figli maschi sopravviva e ne prenda il posto. O che ci sono tre sorelle streghe, tra cui la sopra citata Lamia, che ambiscono a impossessarsi del cuore di una stella.
Assistiamo dunque alla lotta per la successione tra i due principi superstiti, Secundus (Rupert Everett) e Septimus (Mark Strong); la caccia alla stella da parte di Lamia; e il percorso di crescita di Tristan che trova subito Yvaine, ma che dovrà patire non poco per tornare al suo paese e scoprire che, dopotutto, ha di meglio da fare.
Ad aiutare Tristan ci penserà sua madre, che però è asservita ad una strega, e un bizzarro pirata, il capitano Shakespeare (Robert De Niro). Lungo il suo percorso avrà anche modo di incontrare un inaffidabile mercante (Ricky Gervais), che fornisce un ulteriore variazione nello svolgimento della storia.
Il tono del racconto cinematografico è simile a quello de La storia fantastica di Rob Reiner, a parte l'inserto piratesco, che mi ha fatto pensare più ai Monty Python, vedasi ad esempio i Banditi del tempo.
*) Co-sceneggiatrice è Jane Goldman.
La storia originale è piuttosto intricata, e Matthew Vaughn, sceneggiatore (*) e regista, ha tagliato e aggiustato molto sia per riuscire a stare in un paio d'ore sia per adattare i personaggi al cast. Il risultato è discontinuo e poco chiaro in alcuni passaggi, consiglio perciò di leggere prima il libro. Anche dove le differenze sono sostanziali, le informazioni aggiuntive rendono molto più comprensibile anche il film.
Sostanzialmente si narra di un ragazzotto, Tristan (Charlie Cox), che vive in un villaggetto inglese ottocentesco in cui c'è ben poco di interessante, a parte Victoria (Sienna Miller) e una curiosa muraglia che il folklore locale vuole separi il nostro mondo da un mondo di favola.
Per far colpo su Victoria, le promette in omaggio una stella cadente che i due hanno visto precipitare proprio in direzione dell'altro mondo. Quello che Tristan non sa è che nel mondo fatato le stelle sono donne, quella in particolare si chiama Yvaine (Claire Danes). Non sa altre cosette, come ad esempio che Yvaine è caduta sulla Terra per colpa del re locale (Peter O'Toole) che, essendo moribondo, deve per tradizione trovare il modo di far sì che uno solo tra i suoi figli maschi sopravviva e ne prenda il posto. O che ci sono tre sorelle streghe, tra cui la sopra citata Lamia, che ambiscono a impossessarsi del cuore di una stella.
Assistiamo dunque alla lotta per la successione tra i due principi superstiti, Secundus (Rupert Everett) e Septimus (Mark Strong); la caccia alla stella da parte di Lamia; e il percorso di crescita di Tristan che trova subito Yvaine, ma che dovrà patire non poco per tornare al suo paese e scoprire che, dopotutto, ha di meglio da fare.
Ad aiutare Tristan ci penserà sua madre, che però è asservita ad una strega, e un bizzarro pirata, il capitano Shakespeare (Robert De Niro). Lungo il suo percorso avrà anche modo di incontrare un inaffidabile mercante (Ricky Gervais), che fornisce un ulteriore variazione nello svolgimento della storia.
Il tono del racconto cinematografico è simile a quello de La storia fantastica di Rob Reiner, a parte l'inserto piratesco, che mi ha fatto pensare più ai Monty Python, vedasi ad esempio i Banditi del tempo.
*) Co-sceneggiatrice è Jane Goldman.
Vizio di forma
L'articolo 1906 del Codice Civile afferma che "Salvo patto contrario, l'assicuratore non risponde dei danni prodotti da vizio intrinseco della cosa assicurata, che non gli sia stato denunziato". Ma questa volta non è colpa della distribuzione italiana se l'Inherent vice ha perso il senso originale, bensì dell'editore italiano del romanzo omonimo su cui è basata la sceneggiatura. Essendo l'autore Thomas Pynchon, si è preferito mantenere il riferimento letterario.
Oltretutto, non è nemmeno chiarissimo a cosa ci si riferisca nel titolo. Un personaggio parla di un assicuratore marittimo che non copre un rischio, ma si tratta di un episodio secondario in una narrazione magmatica che difficilmente può essere considerato fondamentale. E' dunque una metafora di qualcosa di più generale. Direi che però ogni spettatore (o lettore) può decidere a che cosa si riferisce. Io ci ho visto un riferimento alla inerente disfunzionalità del nostro modello di vita. Altre opinioni sono disponibili.
L'idea originaria di Paul Thomas Anderson era quella di convertire parola per parola lo scritto di Pynchon immagini. Grazie al cielo è arrivato ad una mediazione, ad esempio modificando un personaggio minore, Sortilège (Joanna Newsom), che diventa una versione filmica dello stesso Pynchon che così può, in un certo qual modo, farci sentire la sua voce originale. Nonostante ciò, posso testimoniare che l'estrema complicazione della vicenda ha causato svariati gradi di disperazione negli spettatori, ridotti quali naufraghi in un mare magno di avvenimenti. Io, dal canto mio, sono arrivato alla visione preparato, cogliendo il riferimento alle complicatissime storie hard boiled anni quaranta, vedasi ad esempio Il grande sonno di Howard Hawks, e lasciando quindi da parte le preoccupazioni di onniscienza. Nonostante questo, le due ore e mezza del film mi sono sembrate eccessive. Tagliare qualche trama secondaria avrebbe reso la visione più piacevole.
Al centro della storia c'è Larry Sportello (Joaquin Phoenix), che tutti chiamano Doc. Siamo negli anni settanta in California e lui è una specie di Dude ne Il grande Lebowski (*) che per qualche strano motivo si è messo a fare l'investigatore privato. La sua dark lady è Shasta (Katherine Waterston) che lo ha mollato ben prima dell'inizio del film ma di cui lui è evidentemente ancora innamorato. Lo visita rapidamente all'inizio della storia per chiedergli di indagare sul suo compagno corrente, Michael Wolfmann (Eric Roberts), un palazzinaro che è sposato con altra, la quale però ... insomma, è complicato. Se non bastasse questo, Larry viene subissato da richieste di clienti che lo portano nella stessa direzione. E come inizia le sue indagini, si piglia una mazzata in testa e viene incastrato in un omicidio. Per sua fortuna il poliziotto che si trova davanti è Bigfoot (Josh Brolin), molto ruvido ma che sembra, in un suo strano modo, amico di Larry.
Da qui in poi le cose diventano estremamente complicate. Accenno solo al fatto che Larry, quando ha bisogno di un legale, si rivolge a Sauncho (Benicio Del Toro), esperto in diritto marittimo; ha qualcosa di più che una amicizia con Penny (Reese Witherspoon) che, essendo un pubblico ministero, gli è utile per accedere a informazioni giudiziali riservate, ma è anche capace di scaricarlo all'FBI, a seconda di come è il suo umore; un suo cliente, intrappolato in una complicatissima storia, è Coy (Owen Wilson); e nel corso dei labirintici sviluppi del caso si imbatte in un dentista che risponde all'improbabile nome di Rudy Blatnoyd (Martin Short) e che ha forti dipendenze da droga e sesso.
(*) Lo vediamo consumare grandi quantità di alcolici, tabacco, droghe leggere di svariati tipi. E anche gas esilarante.
Oltretutto, non è nemmeno chiarissimo a cosa ci si riferisca nel titolo. Un personaggio parla di un assicuratore marittimo che non copre un rischio, ma si tratta di un episodio secondario in una narrazione magmatica che difficilmente può essere considerato fondamentale. E' dunque una metafora di qualcosa di più generale. Direi che però ogni spettatore (o lettore) può decidere a che cosa si riferisce. Io ci ho visto un riferimento alla inerente disfunzionalità del nostro modello di vita. Altre opinioni sono disponibili.
L'idea originaria di Paul Thomas Anderson era quella di convertire parola per parola lo scritto di Pynchon immagini. Grazie al cielo è arrivato ad una mediazione, ad esempio modificando un personaggio minore, Sortilège (Joanna Newsom), che diventa una versione filmica dello stesso Pynchon che così può, in un certo qual modo, farci sentire la sua voce originale. Nonostante ciò, posso testimoniare che l'estrema complicazione della vicenda ha causato svariati gradi di disperazione negli spettatori, ridotti quali naufraghi in un mare magno di avvenimenti. Io, dal canto mio, sono arrivato alla visione preparato, cogliendo il riferimento alle complicatissime storie hard boiled anni quaranta, vedasi ad esempio Il grande sonno di Howard Hawks, e lasciando quindi da parte le preoccupazioni di onniscienza. Nonostante questo, le due ore e mezza del film mi sono sembrate eccessive. Tagliare qualche trama secondaria avrebbe reso la visione più piacevole.
Al centro della storia c'è Larry Sportello (Joaquin Phoenix), che tutti chiamano Doc. Siamo negli anni settanta in California e lui è una specie di Dude ne Il grande Lebowski (*) che per qualche strano motivo si è messo a fare l'investigatore privato. La sua dark lady è Shasta (Katherine Waterston) che lo ha mollato ben prima dell'inizio del film ma di cui lui è evidentemente ancora innamorato. Lo visita rapidamente all'inizio della storia per chiedergli di indagare sul suo compagno corrente, Michael Wolfmann (Eric Roberts), un palazzinaro che è sposato con altra, la quale però ... insomma, è complicato. Se non bastasse questo, Larry viene subissato da richieste di clienti che lo portano nella stessa direzione. E come inizia le sue indagini, si piglia una mazzata in testa e viene incastrato in un omicidio. Per sua fortuna il poliziotto che si trova davanti è Bigfoot (Josh Brolin), molto ruvido ma che sembra, in un suo strano modo, amico di Larry.
Da qui in poi le cose diventano estremamente complicate. Accenno solo al fatto che Larry, quando ha bisogno di un legale, si rivolge a Sauncho (Benicio Del Toro), esperto in diritto marittimo; ha qualcosa di più che una amicizia con Penny (Reese Witherspoon) che, essendo un pubblico ministero, gli è utile per accedere a informazioni giudiziali riservate, ma è anche capace di scaricarlo all'FBI, a seconda di come è il suo umore; un suo cliente, intrappolato in una complicatissima storia, è Coy (Owen Wilson); e nel corso dei labirintici sviluppi del caso si imbatte in un dentista che risponde all'improbabile nome di Rudy Blatnoyd (Martin Short) e che ha forti dipendenze da droga e sesso.
(*) Lo vediamo consumare grandi quantità di alcolici, tabacco, droghe leggere di svariati tipi. E anche gas esilarante.
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