Elementary 1.17: Seconda possibilità

Con il senno di poi è facile notare come il ribaltamento della relazione tra Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) e la dottoressa Watson (Lucy Liu) fosse potenzialmente presente sin dal pilot della serie. Con una calcolata lentezza lo abbiamo visto svilupparsi per una quindicina di episodi e infine nel sedicesimo capitolo abbiamo avuto la conferma. Watson non è più stipendiata da Holmes senior (*) ma è diventata una apprendista consulting detective che prende lezioni da Holmes junior. La cosa non mi soddisfa, ma almeno ci siamo tolti un tema ricorrente che cominciava ad essere più un peso che una attrattiva.

Abbiamo dunque uno Sherlock che fa il maestro e propina all'allieva una serie di compiti che, secondo il suo punto di vista, dovrebbero servire a risvegliare le capacità investigative in lei. L'effetto che ho avuto è stato quello di rivedere le lezioni di karate che Miyagi (Pat Morita) dava al karate kid Daniel (Ralph Macchio) nel noto film del 1984 (**).

Il caso principale mi è sembrato troppo complesso e improbabile per riuscirmi interessante. Un tale super-ricco scopre di avere un raro malanno che è di origine ereditaria, lo strano è che lui non ha nessuno in famiglia con lo stesso problema. E dunque ritiene che qualcuno, chissà come, lo abbia infettato. Watson, però, che più che un ex medico sembra spesso una biblioteca medica ambulante, nota che tra gli effetti collaterali della malattia c'è anche una crescente paranoia, che porta a sospettare tutto di tutti. Sherlock decide perciò che non può seguire il caso, in quanto non sente di poterne dare una soluzione soddisfacente.

Cose che succedono dopo lo spingono a cambiare idea, indagare, e trovare una sorprendente, per quanto arzigogolata, soluzione.

(*) Particolare inquietante, non abbiamo nessuna prova dell'esistenza di questo personaggio. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere il parto della fantasia malata di Sherlock.
(**) Per chi non fosse interessato al cinema del secolo scorso è disponibile anche un remake sostanzialmente equivalente datato 2010.

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

Rivisto in memoria di Gene Wilder, che lo ha scritto, diretto e interpretato nel ruolo del titolo (*).

Sherlock Holmes (Douglas Wilmer) ha per le mani due casi, che decide di rivedere rapidamente con il dottor Watson (Thorley Walters) a uso e consumo di uno sgherro del professor Moriarty che pensa di spiarlo a sua insaputa. Una ambigua attrice di operetta, che dice di essere Bessie Bellwood (Madeline Kahn), ha chiesto il suo aiuto in seguito ad un ricatto che subisce per via di una lettera compromettente da lei scritta, e il ministro degli esteri ha subito il furto di un documento riservato, consegnatogli dalla regina Vittoria in persona, che, se reso pubblico potrebbe causare grosse grane, addirittura una guerra (**).

Sherlock decide di giocare il jolly, andandosene via in treno e passando entrambi i casi a Sigerson (Gene Wilder), suo fratello minore, di cui nemmeno Watson sapeva niente fino a quel momento (***). Cosa ne pensi Sigerson di Sherlock lo sappiamo subito, sia dal secondo, sia da lui medesimo, quando viene contattato dal sergente Orville Stanley Sacker (Marty Feldman) che fa da tramite tra i due fratelli. Sigerson storpia il nome del più famoso Holmes in Sheer Luck (°).

Sigerson è decisamente bizzarro ma ha anche capacità investigative che lo rendono degno del cognome che porta. Scopre infatti in un baleno che Bessie Bellwood, il cui vero nome è Jenny Hill, dice un cumulo di menzogne, anche senza volerlo. E scopre anche il modo, ben poco ortodosso, per convincerla a dire, almeno parzialmente la verità.

Anche se in questa versione Moriarty (Leo McKern) non merita appieno la sua qualifica di professore, è comunque un avversario pericoloso. Anzi, a ben vedere è molto pericoloso anche averlo dalla propria parte. Anche perché ha una strana compulsione che lo porta a commettere atti riprovevoli con una frequenza molto elevata.

Al centro dell'intrigo si trova tal Eduardo Gambetti (Dom DeLuise), cantante lirico italiano completamente pazzo, che ha tradotto e adattato Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi (°°). Infatti è proprio costui che ha ricattato Jenny, con lo scopo di farle rubare il documento al ministro, perché poi lui lo possa rivendere a Moriarty.

L'idea alla base della storia non è malvagia, e svariate scene sono divertenti, altre sono meno riuscite. Da notare come il nucleo del cast venga direttamente da Frankenstein Junior (1974). Manca Mel Brooks, che forse sarebbe riuscito a dare una maggior coerenza alla materia. Pare che Wilder gli avesse proposto la regia, ma che lui abbia declinato.

(*) The adventure of Sherlock Holmes' smarter brother.
(**) Entrambi topoi sia nei racconti di Conan Doyle, sia in tutta la letteratura investigativa che ne è seguita.
(***) Dettaglio che fa capire come questo film sia stato visto e tenuto in considerazione dai creatori di Sherlock, vedasi L'ultimo giuramento dove Mycroft (Mark Gatiss) allude di sfuggita ad un terzo fratello, anche se non ne dice il nome e nemmeno se questo si reputi più intelligente di Sherlock.
(°) Fortuna Pura.
(°°) A rivoltarsi nella tomba sarà più il librettista Antonio Somma, che del resto già ai tempi non era rimasto contento delle modifiche che le varie censure aveva imposto al suo testo.

Il diritto di uccidere

Il colonnello britannico Katherine Powell (Helen Mirren) sta conducendo da una base inglese una complessa operazione per catturare una sua compatriota che ha preso la via di Al-Qaida. Da sei anni le è alle calcagna, e ora finalmente sembra averla a portata di mano. Grazie all'appoggio degli americani, che fornisco l'occhio nel cielo (*), e ai keniani, che fanno il lavoro sporco a terra, sta per scattare l'operazione che dovrebbe concludersi con l'arresto di una mezza dozzina di persone (**). La situazione è così delicata che la Powell, oltre ad avere un esperto legale al suo fianco che le evidenzia quelli che possono essere elementi discutibili del suo operato, riferisce al suo capo, il generale Frank Benson (Alan Rickman), che a sua volta è in riunione con legali e politici inglesi, per accertarsi che l'operazione abbia tutte le coperture del caso.

Le cose diventano ancora più complicate quando i pedinati si recano in una casa in un area controllata da Al-Shabaab (***), zona in cui i keniani non hanno, di fatto, il controllo, e si mettono all'opera per preparare un attentato suicida. A questo punto lo scopo della missione della Powell cambia, l'arresto non è più possibile, e le circostanze premono per l'eliminazione fisica della cellula. A tirare il grilletto dovrà essere il pilota del drone, Steve Watts (Aaron Paul), che non ha mai sparato prima, e che si trova di fronte ad una situazione che è pure moralmente dubbia, come viene evidenziato dal fatto che, come minimo, oltre ai terroristi morirà anche una bambina che sta vendendo pane nel posto sbagliato.

Assistiamo così ad un penoso tira e molla in cui tutti cercano di fare quello che ritengono essere la cosa giusta, forse rendendosi conto che, nel vicolo cieco in cui ci si è cacciati, non c'è niente di giusto in nessuna delle possibili opzioni.

Ho letto da qualche parte che Michael Bay avrebbe diretto un film paragonabile a questo (°). Mi sono immaginato cosa potrebbe venir fuori da questa sceneggiatura (°°) se finisse nelle mani di Bayhem (°°°). Per fortuna qui la responsabilità della regia se l'è presa Gavin Hood e il risultato è molto diverso, poche esplosioni, molta sottigliezza di recitazione, in particolare grazie alla Mirren e a Rickman (§).

Il titolo italiano fa pensare che il punto di vista sia sbilanciato nei confronti delle colombe, come se i falchi si arrogassero un diritto di uccidere che non si capisce bene da dove verrebbe loro. Niente di più sbagliato. Anche se la regia si mantiene molto asciutta, si capisce bene come la Powell e Benson siano così decisi nella loro azione perché ritengano che sia la via meno dannosa. Entrambi non lasciano trasparire quasi nulla della loro tensione interiore e solo nel finale Benson si lascia sfuggire un discorsetto che dovrebbe chiarire la sua posizione anche al più tetragono degli spettatori. D'altro canto è difficile non rendersi conto come la scelta dei falchi abbia implicazioni estremamente negative.

Good kill (2014) di Andrew Niccol è un ovvio candidato al confronto con questo film. E finisce per evidenziare quelli che mi erano sembrati i difetti di quel film che, nonostante la evidente buona volontà di tutti quanti, aveva alcune debolezze strutturali che qui sono assenti. Là il racconto era centrato sui dubbi esistenziali del protagonista, la situazione era più un accidente che gli complicava il già non semplice percorso di vita. Qui invece la situazione, con tutte le sue sottigliezze morali, legali, politiche, sociali, domina la narrazione. La complessità è resa ottimamente seguendo i diversi punti di vista, lasciando quanto spazio possibile a ogni carattere in azione, ma mantenendo sempre una grande linearità narrativa.

(*) Un drone armato pilotato a distanza da un equipaggio basato a Las Vegas. Il titolo originale è, per l'appunto, Eye in the sky.
(**) Tra cui c'è anche un americano, il cui rende le cose ancor più complicate.
(***) La fazione somala di Al-Qaida.
(°) Credo si alludesse a 13 hours (2016)
(°°) Firmata da Guy Hibbert.
(°°°) Soprannome di Michelino che, giocando sul termine mayhem, lo accosta ad una situazione caotica, possibilmente con gran spargimento di sangue.
(§) Ultima sua apparizione sullo schermo, come sempre ad altissimi livelli.

Elementary 1.16: Dettagli

Forse è merito della regia (*), o forse del fatto che è uno dei pochi episodi di Elementary il cui soggetto viene dalla penna di Robert Doherty (**), fatto sta che questa puntata spicca per una serie di peculiarità.

Per la prima volta il detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) ha il modo di occupare la scena; non è molto significativo ai fini della narrazione, ma il suo interprete sarà stato felice dell'occasione ottenuta.
Si aggiunge una componente comica che, pur essendo aliena all'universo immaginato da Conan Doyle (***), ha ottenuto il risultato di farmi fare qualche risata.
E Watson (Lucy Liu), nonostante sia sconsigliata dalla sua analista, decide di abbandonare la sua carriera per diventare l'assistente di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Questo terzo punto covava già da tempo, non mi convinceva prima, e continua a non convincermi adesso. Non ci vedo un valore aggiunto.

Il caso, come spesso accade, non è molto interessante. Qualcuno ce l'ha con Bell, addirittura lo prende a mitragliate, però lasciandolo illeso. Si risale ad un possibile soggetto che avrebbe ragioni per avercela con lui, ma questo trova un modo per essere escluso dalle investigazioni, per quanto forse un po' troppo radicale. Solito arrancare delle indagini finché viene fuori un punto che era stata nascosto pur essendo essenziale, con relativo spiegone d'ordinanza.

(*) Per la prima volta affidata a Sanaa Hamri, a oggi altri tre episodi della serie portano la sua firma.
(**) Che ha creato la serie ma che, fino a questo punto, aveva scritto solo il pilota e altri tre episodi.
(***) Ricorda molto di più quello dell'ispettore Clouseau di Peter Sellers e Blake Edwards, vedasi ad esempio La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau.

Elementary 1.15: Caricata a droga

Per misteriosi motivi il titolo è stato troncato, traducendolo dall'originale sarebbe dovuto essere qualcosa come Una gigantesca pistola caricata con droga. Altra curiosità è la partecipazione, come guest star, di John Hannah. Dalla fatica con cui la sceneggiatura ne giustifica la sua presenza mi vien da pensare che sia stata adattata all'ultimo momento quando invece la sua parte era pensata per un attore americano. D'altra parte la scrittura non è certo il punto di forza di questa serie, e potrebbe essere benissimo che la confusione sia un peccato originale anche di questo episodio.

Succede dunque che nel prologo una tipetta, tale Emily Grant (Allie Gallerani *) viene rapita, scopriamo poco dopo che si tratta della figlia di Rhys Kinlan (Hannah). Costui è un "amico" di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), nel senso che era il suo spacciatore di fiducia quando stava a Londra, e che ha le chiavi del suo appartamento newyorkese in quanto gli ha fornito sostanze anche all'inizio del suo soggiorno americano, prima della cura disintossicante.

La convoluta storia di Rhys vuole che un quarto di secolo prima un'americana passasse da Londra, concepisse con lui, e se ne tornasse in America con il frutto della colpa. La donna viene fatta morire qualche anno prima dell'azione, così ce la togliamo dai piedi, resta però il patrigno di Emily, utile per la solita falsa pista da seguire inizialmente. Pare che Rhys fosse legato ad una banda di dominicani che opera sui due lati dell'Oceano a cui ha fregato una cifra spaventosa. Il suo boss di riferimento dovrebbe essere, per logica basato a Londra, ma per qualche motivo è a New York. Rhys, però, a New York ci torna solo quando scopre che la figlia è stata rapita, in quanto si trovava in Thailandia, dove stava scialacquando il malloppo.

Insomma, Ryhs non può chiedere aiuto alla polizia, e allora lo chiede a Sherlock. Che non è che si possa propriamente dire che risolva il caso, diciamo che lo segue mentre questo si risolve da sé.

Mentre i protagonisti si rivoltolano in questo ginepraio, c'è anche il solito risvolto extra-giallo. Holmes sembra più partecipe nel gruppo di ex-tossici, a cui all'inizio scodella una sua vecchia avventura (**) e poi medita di raccontare quello che gli succede questa volta, come storiella edificante sui rischi di una ricaduta. Già, perché, come accenna il titolo, Ryhs agisce da gran tentazione tossica, come del resto si rende conto bene sin dall'inizio Watson (Lucy Liu).

(*) Questo è praticamente il suo debutto.
(**) Ne sentiamo un accenno, ma ogni bravo sherlockiano dovrebbe riconoscere al volo che si tratta de Il caso dell'uomo deforme. Se ne può vedere la buona versione televisiva della Granada che da noi ha il criptico titolo di L'uomo difforme (1984). Da notare che in quel racconto di Conan Doyle, Holmes dice, forse per l'unica volta in tutto il corpus quell'"Elementare!" che è diventato un suo tratto distintivo nell'immaginario collettivo, al punto da essere scelto anche come titolo di questa serie.

Elementary 1.14: Il deduttore

Confondere induzione con deduzione è per Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) una tradizione che dura dai tempi di Conan Doyle e sarebbe dunque ingeneroso prendersela se anche una profiler dell'FBI (Kari Matchett) cade nell'equivoco. E così Holmes se ne ha a male solo per essere stato profilato (*) da costei.

Il caso non sarebbe neanche male, un serial killer (Terry Kinney **) usa uno strano piano per uscire di galera e attuare la sua vendetta verso la profiler che l'aveva incastrato. Holmes è combattuto tra risolvere il caso (***) e parteggiare per il cattivo, visto che entrambi hanno il dente avvelenato con la stessa persona. Purtroppo, a mio gusto, lo sviluppo non sufficientemente intrigante.

Per riempire il tempo assistiamo ad un problema di Watson (Lucy Liu), che perde il suo appartamento per averlo subaffittato ad un regista di documentari che, per sbarcare il lunario, gira proprio lì un porno. Lei usa le capacità di osservazione che ha appreso (°) da Holmes e induce (°°) un dettaglio che le permetterà di uscire meno traumaticamente dalla sua tana.

(*) Un po' come se la prenderebbe Hannibal Lecter, vedasi Il silenzio degli innocenti (1991) e seguenti.
(**) Avrei visto meglio nella parte Steve Buscemi.
(***) Non particolarmente complicato, a ben vedere.
(°) Non si spiega bene come, forse per osmosi.
(°°) E non deduce!

Elementary 1.13: La squadra rossa

In seguito a quello che è successo nella precedente puntata, il capitano Gregson (Aidan Quinn) ha deciso di fare a meno dei servigi del suo consultant detective di fiducia. A Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ovviamente non passa nemmeno per l'anticamera del cervello di scusarsi, anzi, approfitta della pausa forzata per lavorare su Moriarty, ottenendo invero poco o niente.

Per distrarsi pensa di chattare con un complottista di sua conoscenza, di cui, a sua insaputa, si fa ferocemente beffe. Costui però questa volta non gli dà spago, in quanto è stato ucciso. L'omicidio è stato goffamente travestito da suicidio, ma non ci voleva un Holmes per capire come erano andate le cose. Solo il povero detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) poteva cascarci.

Pur non potendo contare più di tanto sul supporto della polizia, Holmes arriva ben presto a scoprire che tra i millemila complotti insensati di cui si occupava la vittima ce n'era uno che avrebbe potuto avere qualcosa di reale. Potrebbe essere la pista buona.

In parallelo, Watson (Lucy Liu) ha finito il periodo pagato da Holmes senior per badare a junior. Però non riesce a staccarsi da questo cliente e, adducendo pietose scuse, continua a fare il suo lavoro, come pro bono, e senza avvertire il paziente della situazione. Il che potrebbe portare problemi in futuro.