Crank

In pratica, un videogame. Del tipo scappa e spara, per intenderci. Non che i registi/sceneggiatori (la coppia Mark Neveldine - Brian Taylor) faccia mistero della cosa, le citazioni sono esplicite e numerose, includendo pure il fatto che il protagonista (un Jason Statham che si trova decisamente a suo agio nel ruolo) si spaccia per programmatore di videogiochi alla fidanzata (Amy Smart), che se la beve tranquillamente, non essendo esattamente una cima.

Statham è un pericoloso killer a cui hanno fatto lo scherzo idiota di iniettare una misteriosa droga cinese che lo ammazzarà in un battibaleno. Unico modo per rallentare la fine, comunque inevitabile, è quello di tenere alto il livello dell'adrenalina nel corpo (e questo non può che far pensare a Speed). Scopo del giocatore (pardon, del protagonista) è quello di vendicarsi prima che il tempo a sua disposizione si esaurisca.

Ritmo molto alto, come è necessario che sia, sia per rispettare le premesse sia perché il rallentamento dell'azione (qua e là per qualche secondo succede, soprattutto nella seconda parte) lascia vedere che dietro non c'è nulla.

Benvenuti a Cedar Rapids

La prima mezz'oretta m'è sembrata desolante. Nonostante l'apparizione di Sigourney Weaver, che pur non essendo tra le mie attrici preferite mi fa sempre piacere vedere in azione (e la si vede spesso, era anche in Paul, piccolo ruolo ma ben giocato). Un tale (Ed Helms), non particolarmente sveglio, fa l'assicuratore da qualche parte nel nulla americano (Wisconsin!?). Per una improvvisa catastrofe viene mandato ad un convegno di assicuratori a Cedar Rapids, che per lui sembra essere una metropoli aldilà delle più folli immaginazioni.
Un po' come Renato Pozzetto ne Il ragazzo di campagna: il sempliciotto e il mondo moderno. Il problema credo sia che Helms non mi ha dato l'impressione di essere credibile e nemmeno particolarmente divertente.
Il seguito è decisamente meglio, anche perché il peso dell'azione viene distribuito su di un buon cast, tra cui spicca un eccellente John C.Reilly nella parte di un assicuratore dedito a donne, alcolici e volgarità assortite.

La storia (Phil Johnston), dopotutto, non è malaccio, anche se non è estremamente originale. Il campagnolo viene messo di fronte ad una scelta difficile, fa una scelta che gli sembra quella giusta, nonostante che gli costi parecchio, ma scopre di aver fatto un errore. Con l'aiuto di una bizzarra combriccola di assicuratori, appena conosciuti ma che diventeranno i suoi veri amici aiutandolo a crescere, riesce a cambiare il risultato e uscirne in modo onorevole.

Purtroppo questo canovaccio non è sviluppato benissimo, e il colpo di scena finale è troppo fiacco.

Anche la regia (Miguel Arteta), non mi è parsa particolarmente brillante, anche se capace di gestire i personaggi (a parte il protagonista - mi figuravo come avrebbe sfruttato la parte un attore come il Martin Short dei bei tempi) e le situazioni con naturalezza.

Vincere

Peccato per la prima parte (un buon tre quarti d'ora, ohimè), fosse stata sforbiciata a dovere, e le fosse stato dato lo stesso ritmo del seguito, avremmo avuto un ottimo film.

Purtroppo Marco Bellocchio è un Autore, e difficilmente qualcuno si sogna di dire ad un Autore quando c'è qualcosa che non va. In un quarto d'ora si poteva condensare benissimo quello che c'era da dire, evitando un andamento rapsodico e noiosetto che sembra fatto apposta per allontanare (o far assopire) lo spettatore.

Superato il duro scoglio, la seconda parte merita di essere vista, sia per la superba interpretazione di Giovanna Mezzogiorno (e anche Filippo Timi non se la cava poi male) sia per la storia narrata.

Ottima la colonna sonora (qualcosa di Philip Glass, I suppose, e altro che non sono riuscito ad identificare).

Si narra la vicenda di un imbecille, al secolo Benito Mussolini, che sacrifica tutto e tutti per ottenere non si sa bene cosa. L'autodistruzione, probabilmente. Il punto di vista è quello della moglie segreta e relativo figlio che, per evidenti ragioni politiche, vengono fatti sparire dalla scena. Da notare che i fatti narrati, pur essendo ampiamente romanzati, hanno una base reale.

La prima parte ci fa vedere il giovane Mussolini, attivista socialista, contrario alla guerra, e gran affascinatore di donne, che cambia idea, diventa antitedesco, interventista, esce dal partito socialista e fonda un suo giornale. La Dalser lo segue ciecamente, semplicemente rimuovendo tutto quello che non le va di vedere, finché non viene scaricata.

Nella seconda parte Mussolini sparisce, o meglio è dappertutto, nei cinegiornali, alla radio, su manifesti, e anche in forma di statua - ma non è più un personaggio attivo, è il rumore di fondo sopra cui si svolge l'azione della moglie ripudiata, dichiarata folle, in quanto portatrice di una verità inaccettabile e del figlio finirà per diventare, lui sì, veramente folle, schiacciato da una figura paterna contemporaneamente lontanissima e replicata ovunque.

Da notare che Timi interpreta entrambi i Mussolini, come a rendere ancora più mostruoso l'abbandono paterno.

Quando la moglie è in vacanza

Rivisto in seguito alla lettura di un post de il bibliofilo che mi ha messo di fronte alla dura evidenza di essermi dimenticato di buona parte dell'azione.

Il titolo italiano rende bene il senso del prologo, burlescamente accademico, in cui si spiega che a Manhattan da sempre in estate c'è la fuga estiva dalla città da parte di mogli e figli, con i mariti che restano al lavoro, e si dedicano ad attività extraconiugali. Perde però il senso del resto dell'azione, meglio reso dal titolo originale, The seven year itch, il prurito del settimo anno, più centrato sul caso particolare del protagonista, per l'appunto sposato da sette anni e che incappa in un calo di desiderio nei confronti della moglie.

Il film, co-scritto, diretto e coprodotto da Billy Wilder, narra la vicenda di un tale (Tom Ewell, mi chiedevo come mai non avessero preso Jack Lemmon per la parte, sarebbe stato perfetto, ma poi ho realizzato che ai tempi non era ancora noto) che si trova temporaneamente da solo nella sua casetta nell'Upper East Side giusto quando Marilyn Monroe prende in subaffitto l'appartamento al piano superiore.

I due si piacciono, c'è una sorta di tradimento più immaginato che realizzato (la censura anni 50 americana era terribile), ma alla fine il protagonista piglia il treno per il Maine e raggiunge la moglie.

Qualche pensiero sparso.

Lui è appena tornato a casa, suona il campanello, apre, e scopre che è la sua nuova vicina. Bang: Colazione da Tiffany. Quasi lo stesso indirizzo, quasi la stessa situazione, quasi lo stesso tipo di personaggio femminile.

La genialità di Wilder si vede (anche) nell'uso dei personaggi secondari. Uno psicanalista folle, una anziana cameriera militante nudista, un portinaio impiccione, attraversano rapidamente la vicenda dandole uno spessore che altrimenti non avrebbe.

Come spesso accade nelle migliori commedie, sotto sotto è nascosta una tragedia. I due potrebbero mandare a quel paese le loro vite precedenti e mettersi assieme. Ma lui non osa, ha paura delle convenzioni, ha paura di essere vecchio, forse ha paura di essere amato. Meno chiaro quel che pensa lei, inizialmente dice che è contenta che lui sia sposato, così non le chiederà di sposarsi, perché vuole divertirsi. Però non è che faccia poi una gran vita divertente, a quanto si vede. Finisco per pensare che sia un personaggio come Holly Golightly, e che dica che le piace la vita che fa per farsela piacere.

Henry's crime

Un tizio (Keanu Reeves), tendenzialmente sul depresso, vive una noiosa vita a Buffalo (upstate New York, vicino alla cascate del Niagara, una fugace apparizione per loro) che non gli piace, sposato ad una donna che non ama più. In un eccesso di idiozia (in pratica, per evitare di parlare con la moglie) si lascia trascinare da un amico a fare da inconsapevole autista per una rapina in banca. Naturalmente è l'unico della banda ad essere beccato. La polizia capisce immediatamente che non c'entra nulla, troppo bietolone per fare il criminale, ma lui afferra l'occasione per farsi mandare in galera e spingere così la moglie a mollarlo.

Come compagno di cella si trova ad avere nientemeno che James Caan, delinquente alla mano, felice di aver trovato un posto tranquillo dove invecchiare placidamente.

Uscito di cella, si fa investire da Vera Farmiga, nei panni di una attrice sul punto di spiccare il balzo verso Hollywood (che può fare un attore a Buffalo? Lo spot per Buffalotto - finta lotteria locale - e teatro). Scopre per caso che tra il teatro dove Farmiga sta facendo le prove per Il giardino dei ciliegi e la banca della sua inconsapevole rapina c'è un vecchio tunnel risalente ai tempi del proibizionismo, e pensa di utilizzarlo per fare un colpaccio. D'altronde, medita, avendo già pagato col carcere in un certo senso gli spetta una compensazione.

In pratica il protagonista a metà film decide che è tempo di cambiare. Abbandona la sua passività, convince Caan che è tempo di uscire di galera, conquista Farmiga, recluta come manovalanza il nuovo marito della ex-moglie. Prenderà persino una parte nel dramma di Cechov in modo da avere accesso al tunnel.

Il problema è che Reeves è perfetto nella prima parte, ma terribile nella seconda. Recita esattamente allo stesso modo, con l'unica variazione che sul palco teatrale porta una fluente barba, il che lo dota di una seconda espressione.

Verrebbe da chiedersi perché mai Malcolm Venville, giovane regista di belle speranze, abbia preso proprio Reeves per un ruolo al di là delle sue capacità. Ma forse la risposta sta nel fatto che Reeves è tra i produttori.

La sceneggiatura ha le sue pecche, la regia non è certo perfetta, ma penso che sarebbe bastato cambiare il protagonista per ottenere un risultato decisamente migliore.

Alice in Wonderland

Riscrittura in bilico tra l'immaginario disneyano (produzione Disney e sceneggiatura di Linda Woolverton) e il burtoniano (nel senso di Tim Burton, alla regia) delle ben note avventure di Alice nel paese delle meraviglie.

Non è più una bimba Alice, ma una ragazzetta sul punto di diventare donna (Mia Wasikowska). Il prologo ce la mostra mentre va ad una festa che lei non sa essere per il suo fidanzamento (con un tipo insopportabile a prima vista). Nel contempo, curiosamente, sembriamo essere scivolati indietro nel tempo, dato che l'ambiente mi è sembrato più settecentesco che tardo ottocentesco, come sarebbe dovuto essere. L'unica cosa positiva di questa parte mi pare la sua brevità, in un quarto d'ora ce la sbolognamo e passiamo all'azione vera e propria.

Inizialmente si ricalca la vicenda originaria (Alice segue il bianconiglio, precipita nel buco, si rimpicciolisce, ingigantisce, ri-rimpicciolisce e riesce infine a entrare nel paese delle meraviglie. Che, in effetti, è meraviglioso - ma anche mostruoso, come ci si può aspettare da Burton. Ma in breve la vicenda viene indirizzata verso altri binari. Siamo dalle parti del solito conflitto tra bene e male, rappresentato qui da due sorelle, la regina bianca (Anne Hathaway, che non mi è piaciuta per niente, ma la direi incolpevole, dato che nel contemporaneo Amori e altri rimedi ha dato una prova decisamente superiore) e la regina rossa (Helena Bonham Carter - distorta tra il ridicolo e il ripugnante) che combattono per mezzo dei loro alfieri, il cappellaio matto (Johnny Depp) e il fante di cuori (Crispin Glover, ha una particina anche in Un tuffo nel passato - un film disdicevole, ma la sua parte non era male, butterei via tutto il resto e ripartirei da lui per un remake).

La vicenda originale del buon Lewis Carrol si trasforma in una sorta di Signore degli anelli in scala minore, con intervento finale di una sorta di drago (voce originale di Christopher Lee, giusto per sottolineare la citazione) contro cui Alice dovrà combattere (!) per poter tornare a casa (!!). A proposito, questo ultimo aspetto mi fa venire in mente che si tratta di un'ulteriore riferimento, il Mago di Oz. In effetti poi, nel triste epilogo, quando Alice torna nel nostro mondo, farà un discorsetto molto simile a quello di Dorothy, prima di dire che ormai non è più una ragazzina, ma una donna.

Film eterogeneo, a tratti tipicamente Disney (alla Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi), con Burton che gioca con l'orrore da favola (Alice che passa il fossato saltando di testa in testa) e con il talento istrionico di Depp. A proposito, ecco cosa non mi è piaciuto della Hathaway, sembra che cerchi di imitare Depp. Forse Burton ha cercato di duplicare in lei il ruolo del suo attore preferito.

Il buongiorno del mattino

Questa volta il titolo italiano è meglio dell'originale, (What's the story) Morning glory, che strizza l'occhio alla canzone degli Oasis senza che ci sia praticamente alcun reale riferimento nel film.

Fra l'altro "morning glory" è un modo di dire inglese che si riferisce a caratteristiche sessuali leggermente imbarazzanti. Chissà, magari negli Stati Uniti si dice in altro modo e non hanno capito l'allusione.

Ricordo vagamente che qualche anno fa un tal Wood, che lavorava alla BBC in un programma del mattino per bambini (una cosa tipo i muppet o teletubbies) un bel giorno è andato in onda con una maglietta con su scritto "morning wood", che vuol dire poi la stessa cosa, e ne è venuto fuori un mezzo putiferio.

In questo caso si tratta di una commedia romantica non eccezionale ma simpatica, grazie anche al buon cast. La pubblicità punta sul fatto che il regista (Roger Michell) è quello di Notting Hill e la sceneggiatrice (Aline Brosh McKenna) è quella di Il diavolo veste Prada. Ma nessuno dei due è qui particolarmente in forma.

La protagonista (Rachel McAdams) è una provinciale (New Jersey) che licenziata a sorpresa dal suo lavoro in una tv locale trova, ancor più a sorpresa, lavoro in città (naturalmente New York) nel più piccolo dei grandi network. Il tema del passaggio da provincia e città, ritmi più tranquilli vs. vita frenetica ma alla moda, ambiente familiare vs. maggiori possibilità lavorative, viene appena sfiorato - per maggior dettagli vedi ad esempio Jersey Girl.
La giovane provinciale deve mostrare, prima al capo supremo (Jeff Goldblum, piccolo ruolo ma ben interpretato), poi ai colleghi, di non essere una sprovveduta, e qui torniamo dalle parti del diavolo con Prada. Il programma che le viene affidato è sull'orlo della chiusura, e lei dovrà cercare di fare il miracolo, dare stimoli ad una squadra demoralizzata, e portare gli ascolti ad un livello decente. Punterà sul trash per ottenere il risultato, ma scoprirà che non basta.

Oltre al lavoro si parla anche di amore. La giovinetta è decisamente imbranata su questo lato (un po' alla Bridget Jones), ma recupererà velocemente.

Aggiungono interesse al film Harrison Ford, nei panni di un anziano giornalista costretto dal suo contratto a partecipare al programma - e figuriamoci con quanto entusiasmo, e Diane Keaton, la conduttrice del programma stesso, con un passato da miss. I due ovviamente entrano immediatamente in conflitto.

Tutti bravi gli attori principali (anche tra i personaggi secondari le cose vanno mediamente bene, cito ad esempio John Pankow) ma, dato un tale cast, io avrei sacrificato volentieri la pur brava McAdams e puntato tutto sul trio Goldblum, Keaton, Ford. Insomma, della storia della giovane paesana che viene in città e fa successo ne avrei fatto anche a meno (o almeno l'avrei ridotto a tema secondario) e avrei preferito espandere il finale di partita di tre personaggi che il successo l'hanno già avuto.